Messina: la figliastra dimenticata da Roma e Palermo. Meno fondi statali per l’Ateneo e fuori gli eventi tradizionali dalla lista regionale

Benvenuti a Messina, città dimenticata dalle istituzioni; città che per Roma e Palermo sembra valere solo nella misura in cui c’è da riscuotere tributi o racimolare qualche voto, facendo presa sul popoletto stolto (devono aver pensato alcuni negli ultimi tempi). Certo, che se non abbiano una grande considerazione della nostra comunità non deve essere così opinabile, del resto sono i dati a dar ragione a tale presunzione. Si pensi ai vari commissariamenti a cui la Regione ci ha costretti, allo sfascio del TVE che, arrancando, da qualche tempo prova a riprendersi, fino alla Fiera e i servizi -o meglio dire disservizi- sanitari che passano da un costante e certosino lavoro di depotenziamento delle nostre risorse in favore delle più amate figlie di Palazzo D’Orleans: Palermo e Catania. Poi la palla passa allo Stato che ci lascia, con la bava alla bocca, ad elemosinare i diritti fondamentali, dalla continuità territoriale in poi. Non sembra poi così inverosimile che esista un progetto per sbrindellare la dignità e il poco di potere che la città possiede: via la Banca d’Italia, via la Camera di Commercio e via l’Autorità Portuale. Si faccia sì che a Messina non resti il benché minimo straccio di governance sul suo territorio: questo sembra essere l’eco che risuona dai palazzi del potere.

E oggi arrivano le ulteriori conferme. Ci pensa Il Sole 24 Ore ad informarci del fatto che l’ateneo nostrano rientra nella rosa delle Università italiane vittime dei maggiori tagli ai finanziamenti statali. In generale, il Sud Italia si conferma il figliastro per antonomasia perché è proprio il meridione ad aver subito la più importante riduzione dei finanziamenti spesa e, in primis, proprio le università di Messina e Palermo. Ma la spending review non vale per tutti, infatti, mentre a noi si tagliano i viveri, a Bergamo, le casse accademiche sono state rimpinguate con un plus statale (di tasse che pagano tutti gli italiani non solo i bergamaschi, ovviamente) dell’11,4% negli ultimi anni.

Come se non bastassero i calci nei denti che arrivano dallo Stato centrale che, in generale, ogni giorno ci dimostra che peso abbiamo nei pensieri di chi governa,anche Palermo fa la sua parte ovviamente: per una volta la questione non riguarda il denaro spicciolamente detto ma la credibilità e il prestigio delle manifestazioni di interesse turistico, quelle che per intenderci portano visitatori in città e quindi, per la transitiva, fanno circolare comunque moneta. Infatti, nel calendario regionale 2015 relativo a suddetti eventi, Messina è menzionata per soli tre : l’ 8° Maratona Internazionale Antonello da Messina, la Finale di Coppa Italia di pallanuoto femminile e il 15° giro podistico a tappe delle Eolie. C’è anche tanta roba relativa alla provincia: da Taormina a Salina ad Alcara Li Fusi e Tindari, e così via con sagre di paese, feste folkloristiche, manifestazioni culturali e artistiche, sacre e profane. Va da sé che i grandi assenti risaltino immediatamente: che ne è del ferragosto messinese? Dove sono la processione della Vara e la sfilata dei giganti? Che ne èdi quei marchi di fabbrica dello Stretto che sono tra le più importanti e antiche manifestazioni conosciute?

E’ vero che, secondo il decreto regionale, l’inserimento nelle tabelle stilate in merito agli eventi di richiamo turistico non offre l’accesso a finanziamenti regionali ma è comunque previsto che le manifestazioni indicate possano beneficiare di forme di cofinanziamento. E, d’altra parte, come già evidenziato, è il turismo stesso, legato ad eventi folkloristici, a costituire un volano economico da non sottovalutare. Non considerare le nostre tradizionali iniziative degne di essere inserite nella lista regionale è un fatto indubbiamente increscioso che evidenzia sempre più il discrimen tra Messina e gli altri capoluoghi dell’Isola, laddove la città dello Stretto è solo un’avversata figliastra da depauperare di qualunque possibilità e dignità rimastele.

(@eleonoraurzi)

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