Il destino di Nunzio Laganà, dal Savoiagate all’operazione Beta

di Gianfranco Pensavalli – Dai fasti mediatici con il pm Woodcock a Potenza all’operazione Beta. E’ il destino di Nunzio Laganà. Oggi collegato a una consorteria mafiomassone con capofila Enzo Romeo e ieri…Ricordate?

E’ il 2010. Laganà è stato coinvolto e poi assolto, con la formula “perché il fatto non sussiste”, con Vittorio Emanuele e altri quattro imputati nel processo per la vicenda dei nulla osta legati ai videopoker, caso scoperto nel 2006 dalla magistratura di Potenza, tanto che il principe finì in carcere su iniziativa del pm Henry John Woodcock.

L’assoluzione di Vittorio Emanuele – Secondo l’accusa, a partire dal 2004, i sei avrebbero messo in piedi un’associazione per delinquere “impegnata nel settore del gioco d’azzardo fuori legge, attiva nel ‘mercato illegale dei nulla osta’ per l’istallazione di videopoker procurati e rilasciati dai Monopoli di Stato attraverso il sistematico ricorso allo strumento della corruzione e del falso”.
A sollecitare, nella capitale, il processo per il figlio dell’ultimo Re d’Italia, e per le altre cinque persone, era stato il pm Andrea De Gasperis, oggi procuratore capo di Latina. Una vicenda approdata a Roma dopo che il tribunale di Potenza si spogliò del caso invocando la propria incompetenza territoriale.
Accusati oltre a Vittorio Emanuele, erano anche il messinese Rocco Migliardi, Nunzio Laganà, suo stretto collaboratore, Ugo Bonazza, Gian Nicolino Narducci e Achille De Luca.
“L’esito assolutorio conferma definitivamente – affermò l’avvocato Vincendo Dresda, legale di Bonazza – quanto già statuito nelle archiviazioni precedenti in ordine alle imputazioni connesse”.
Migliardi, eh? Significava bella vita, Campione d’Italia e quel punto di riferimento in via Giordano Bruno 118.

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