Firme non raccolte, il parere secretato: Messina rischia il ritorno alle urne

Messina potrebbe dover tornare al voto pochi mesi dopo aver confermato Federico Basile sindaco. La risposta definitiva arriverà a ottobre, quando il Tar si pronuncerà sui ricorsi presentati sia per la vittoria di Melangela Scolaro a Barcellona, sia per quella dello stesso Basile nel capoluogo. Il nodo centrale riguarda la mancata raccolta delle firme da parte di Sud chiama Nord per la presentazione delle sue liste: cinque a Barcellona e addirittura quindici a Messina. 
Secondo l’ufficio legislativo e legale della Regione, che si pronunciò ad aprile, le firme andavano raccolte, ma renderlo pubblico in quella fase avrebbe potuto «alterare il procedimento elettorale».

La deroga e il dubbio sulla sua applicazione

La linea seguita al tempo prevedeva che fosse sufficiente la presenza, dentro il simbolo di ogni lista, del contrassegno di Sud chiama Nord, partito rappresentato all’Ars e quindi esentato dalle firme. Ma il dubbio rimane: l’esenzione valeva per una sola lista o per tutte? A chiarire la questione potrebbe essere il parere più autorevole reso in quei giorni di fine aprile dall’Ufficio legislativo e legale della Regione, interpellato dall’assessorato alle Autonomie locali. Un documento che, però, è stato secretato e dichiarato non ostensibile.

Il contenuto del parere secretato

Oggi Gazzetta del Sud è in grado di rivelarne il contenuto. Secondo l’Ufficio legislativo e legale della Regione, le firme andavano raccolte, ma renderlo pubblico in quella fase avrebbe potuto «alterare il procedimento elettorale». Il documento evidenzia due punti fondamentali: Sud chiama Nord avrebbe dovuto raccogliere le firme, ma se il parere fosse stato reso pubblico in quella fase, avrebbe creato danno a chi, nel non raccoglierle, si era affidato a un primo orientamento di senso opposto, messo per iscritto dallo stesso dipartimento regionale Autonomie locali.

La sequenza degli eventi

Nel parere del 28 aprile scorso, l’Ufficio legislativo e legale ricorda che è proprio Cateno De Luca, l’11 marzo, a chiedere al dipartimento Autonomie locali un chiarimento sull’obbligo o meno di raccogliere le firme. Il dipartimento, nel rispondere, si limita ad evidenziare «l’assenza di riferimenti letterali espressi» dai quali ricavare un limite alla deroga prevista per legge per i partiti rappresentati all’Ars.

Un paio di settimane dopo, su richiesta della prefettura di Palermo, lo stesso dipartimento ricorda, con una nota inviata a tutte le prefetture siciliane, quali sono gli indirizzi sul tema della confondibilità dei simboli elettorali, rimandando comunque alle competenze specifiche di ogni commissione elettorale sulle decisioni da assumere.

Perché il parere è stato secretato

Il passaggio chiave del parere chiarisce perché il documento, al tempo, viene secretato. La presentazione delle liste e delle relative documentazioni avviene dal 24 al 29 aprile, l’Ufficio legislativo e legale viene investito della questione solo il 24 aprile stesso e si esprime il 28, cioè «in piena attività di deposito di liste e contrassegni».

Secondo lo stesso Ufficio legislativo, la questione «avrebbe dovuto essere risolta nella sede naturale dell’esame delle liste e dei contrassegni presso la commissione elettorale», anche perché chi stava presentando liste senza raccolta firme, nello specifico Sud chiama Nord, lo stava facendo «secondo il sostanziale nulla osta del dipartimento». Qualsiasi intervento in quella fase avrebbe potuto «in qualche modo alterare il procedimento elettorale», da qui la decisione, anzi, la «necessità» di rendere non ostensibile, dunque secretato, il parere.

L’avvocatura regionale “assolve” Sud chiama Nord

L’avvocato generale della Regione, prevedendo che «inevitabilmente» si sarebbe instaurato un contenzioso, ribadisce che chi aveva presentato le liste senza firme «confidando» nel primo pronunciamento del dipartimento Autonomie locali, quello del 16 marzo, e cioè Sud chiama Nord, dopo un «possibile mutamento di orientamento» dovuto al parere dell’Ufficio legislativo e legale avrebbe potuto subire «un concreto nocumento».

Insomma, l’avvocatura regionale sostanzialmente “assolve” il partito di De Luca, che si era affidato al parere reso dal dipartimento, ma non per questo si esime dal dire la sua sull’argomento. E lo dice in maniera altrettanto chiara: la legge prevede una deroga alla raccolta delle firme, è vero, e quella deroga è giustificata dalla «rappresentatività» e dalla «legittimazione che fanno capo al partito o al gruppo politico», ma ogni lista deve essere contraddistinta «da un unico contrassegno».

Una sola lista esente, per le altre servono le firme

Se invece la legge prevedesse «la possibilità di presentazione di un numero indefinito di liste prescindendo dalla raccolta delle sottoscrizioni e con l’adozione dello stesso contrassegno», specifica l’Ufficio legislativo e legale nel passaggio cruciale del parere, «verrebbe alterato, in modo non consentito, lo “statuto” elettorale». Una sola lista, con unico contrassegno, per tutte le altre sono necessarie le firme.

Anzi, sarebbero state necessarie le firme, ma questo, a Messina (così come a Barcellona) non è avvenuto. E il rischio, adesso, è che il Tar, a ottobre, a nemmeno quattro mesi dalle elezioni vinte da Basile, si pronunci per un nuovo, clamoroso ritorno alle urne. Con annesso commissariamento.

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