Furto al MuMe, il giallo dei tre minuti: “Impossibile smontare il Polittico”

«Impossibile». L’architetto Gianfranco Anastasio, che nel 2017 curò l’allestimento del Museo regionale di Messina nella nuova sede, non ha dubbi e lo dichiara oggi sulle pagine del quotidiano Gazzetta del Sud: il sistema di vincolo del Polittico di San Gregorio non avrebbe consentito di rimuovere tutte le tavole nell’arco dei due o tre minuti in cui, secondo le prime ricostruzioni, si sarebbe consumato il furto.

Le sue dichiarazioni, riportate da Gazzetta del Sud, aprono un nuovo interrogativo sulla dinamica del colpo messo a segno nella notte di Ferragosto. I ladri avrebbero portato via cinque tavole del Polittico di Antonello da Messina e la tavoletta opistografa, dipinta su entrambe le facce, per un totale di sei opere. Due tavole, i santi Gregorio Magno e Benedetto, sono state poi abbandonate durante la fuga e recuperate grazie alla segnalazione di una passante.

Un sistema progettato per proteggere le tavole

Anastasio conosce direttamente l’allestimento dell’opera. La struttura espositiva era stata progettata dall’architetto Antonio Virgilio, suo predecessore, mentre il sistema di esposizione e fissaggio delle tavole porta la firma dello stesso Anastasio.

Le tre tavole del registro inferiore – i santi Gregorio Magno e Benedetto ai lati e la Madonna del Rosario al centro – erano collocate su una base bianca concepita per restituire unità visiva al polittico, privato ormai della cornice lignea originaria. Nel registro superiore si trovavano invece l’Angelo annunciante e la Vergine annunciata.

Il sistema di vincolo alla parete doveva rispondere a due esigenze diverse: consentire al legno di assecondare le variazioni di umidità e temperatura e, allo stesso tempo, impedire che le tavole potessero cadere o essere rimosse accidentalmente. Una precauzione particolarmente importante, considerando che l’opera non era protetta da un distanziatore fisico che impedisse ai visitatori di avvicinarsi.

Proprio per questo, secondo l’architetto, non sarebbe stato sufficiente mettere fuori uso i sensori dell’allarme. Per staccare le tavole sarebbe stato necessario intervenire sul sistema di fissaggio, un’operazione che, almeno in linea teorica, richiederebbe più tempo di quello indicato nelle prime ricostruzioni.

Il giallo della tavoletta e della mazza

Resta da chiarire anche come sia stato possibile infrangere, nello stesso breve intervallo, la teca che custodiva la tavoletta opistografa con la Madonna con il Bambino benedicente e l’Ecce Homo. I ladri avrebbero agito utilizzando una mazza, mentre contemporaneamente procedevano allo smontaggio delle tavole del Polittico.

La domanda che si pongono gli investigatori è dunque se il furto sia stato preparato sulla base di informazioni molto precise sul sistema espositivo e sui dispositivi di sicurezza. In questa prospettiva, torna centrale l’ipotesi di un basista interno o, comunque, di qualcuno che conoscesse nel dettaglio la disposizione delle sale, le modalità di allarme e i punti più vulnerabili del museo.

I custodi erano tutti dentro il museo

Intanto la relazione ispettiva avrebbe confermato che i quattro custodi in servizio la sera del 15 agosto si trovavano regolarmente all’interno della struttura. Le immagini della videosorveglianza smentirebbero quindi le voci secondo cui almeno uno degli addetti si sarebbe allontanato dal museo durante il colpo.

Sarebbe inoltre confermato che l’allarme entrò in funzione durante l’intrusione. Uno dei custodi lo avrebbe però disattivato, ritenendo che si trattasse di un falso contatto. È questo uno dei passaggi sui quali si stanno concentrando gli investigatori, insieme alla ricostruzione dei minuti successivi all’attivazione del sistema.

La Procura di Messina, guidata da Antonio D’Amato, procede con il coordinamento dei sostituti Maria Di Mulo e Massimo Trifirò. La Squadra Mobile e i carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale, affiancati anche da personale arrivato da Roma, stanno esaminando i filmati e incrociando i tabulati telefonici.

Le verifiche proseguono in Italia e all’estero, anche per individuare eventuali contatti con il mercato clandestino delle opere d’arte. Ma il primo obiettivo resta ricostruire la dinamica del furto: capire come sia stato possibile rimuovere in così poco tempo un intero complesso espositivo e stabilire se, dietro l’azione della banda, ci sia stato l’aiuto di qualcuno che conosceva dall’interno il MuMe.

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