Festival di Venezia: il cinema, il glamour e i ragazzi con la borsa di tela

di Emanuele Lauriana – Basta fermarsi per qualche minuto al Lido, poco lontano dal Palazzo del Cinema, per vedere convivere due Mostre diverse. Da una parte smoking, abiti da sera, auto con autista, sponsor, hostess che accompagnano gli invitati verso il red carpet. Dall’altra ragazzi giovanissimi, maglietta e borsa di tela, programmi in mano e telefoni continuamente consultati per non perdere una proiezione. Sono qui soprattutto per i film. E questa, probabilmente, è ancora la cosa più bella della Mostra di Venezia.
Ma osservandoli viene anche qualche dubbio.
Perché persino questa partecipazione apparentemente spontanea sembra essere entrata dentro il grande meccanismo del consumo. Per essere qui bisogna dormire al Lido o raggiungerlo ogni giorno, mangiare, spostarsi, comprare i biglietti. Nei giorni della Mostra tutto costa di più. Quella che un tempo poteva assomigliare a una piccola invasione irregolare di cinefili oggi è diventata anch’essa una fetta di mercato. Una sorta di glamour dal basso, meno appariscente di quello degli alberghi a cinque stelle, ma non necessariamente meno costoso.
E poi ci sono quelli che aspettano per ore, qualcuno persino dormendo a pochi metri dalla passerella, nella speranza di vedere una star, ottenere una fotografia o un autografo. Passione? Collezionismo? Feticismo? Forse tutte queste cose insieme. Ma è difficile non chiedersi quando il cinema abbia cominciato a confondersi così profondamente con il culto di chi lo rappresenta.
Venezia conserva certamente qualcosa che altri grandi festival hanno perso: una relativa permeabilità. Qui il pubblico vero esiste ancora, i ragazzi possono vedere molti dei film presentati e respirare il Festival senza appartenere necessariamente al mondo dell’industria. È un patrimonio prezioso.
Eppure proprio questa vicinanza rende più evidente la contraddizione. A pochi metri di distanza convivono il ragazzo che ha risparmiato per vedere cinque film e l’invitato dello sponsor che attraversa il red carpet in smoking. Non sono necessariamente due mondi contrapposti: sempre più spesso sembrano due facce dello stesso sistema.
Viene inevitabilmente da pensare a un’altra Venezia, quella attraversata dalle contestazioni, quando il cinema e i festival erano anche luoghi dello scontro culturale e politico. Non perché si debba rimpiangere romanticamente quella stagione. Ma perché allora si discuteva ferocemente di cosa dovesse essere il cinema e di quale rapporto dovesse avere con la società.
Oggi la domanda sembra essersi spostata: quanto rumore riesce a produrre un film, quante immagini genera, quali star porta sul tappeto rosso, quali sponsor riesce ad attirare?
E la questione riguarda forse soprattutto il cinema italiano. In un momento nel quale fatica a ritrovare un rapporto stabile con il grande pubblico, dovrebbe essere proprio un festival come Venezia a ricordarci che il cinema non è soltanto industria, evento o passerella. È uno strumento per raccontare il presente, persino per disturbarlo.
Seduti qui, tra le borse di tela e gli smoking, viene allora una domanda molto semplice: siamo ancora noi a consumare il cinema o è ormai il grande spettacolo del cinema a consumare anche la nostra passione?

In copertina, un momento della premiazione di “Ridateci i soldi”, la storica iniziativa satirica di Gianni Ippoliti, che da trent’anni raccoglie sul suo muro giudizi, stroncature e battute degli spettatori della Mostra. Alla cerimonia ha partecipato anche il direttore della Mostra Alberto Barbera.

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