Nasce “Il Bardo”: la musica come racconto. La prima uscita della rubrica è dedicata a “Rising” dei Rainbow

“Rising”, Rainbow; 1976. Illustrazione di Ken Kelly

Da oggi su Messinaora prende il via una nuova rubrica: “Il Bardo”.
Uno spazio periodico dedicato alla narrazione musicale, pensato per attraversare eventi storici, album fondamentali, aneddoti e recensioni, con uno sguardo attento al Rock e all’Heavy Metal come linguaggi culturali, immaginari e simbolici.

“Il Bardo” non si limita alla critica musicale tradizionale: ogni contributo è concepito come un racconto, un viaggio dentro le opere, i loro riferimenti mitici, letterari e storici, le tensioni creative che le hanno generate e l’eredità che hanno lasciato.

La prima uscita della rubrica è dedicata a “Rising” dei Rainbow (1976), raccontato come un vero e proprio poema epico sinfonico, un’opera che anticipa il prog metal e segna una svolta nella narrazione musicale grazie all’incontro tra Ronnie James Dio e Ritchie Blackmore. Un’analisi che attraversa i brani, i simboli e la costruzione mitologica dell’album, restituendone la forza visionaria a cinquant’anni dalla pubblicazione.

La rubrica “Il Bardo” è curata da Federica Grasso Sfacteria e si rivolge a chi ama la musica non solo come ascolto, ma come storia da esplorare, racconto da interpretare e memoria viva.

Cinquant’anni di “Rising”

Viaggio all’interno del poema epico sinfonico dei Rainbow: le chitarre si fanno ruggenti, le trame di una narrazione fantastica si intrecciano alle sfumature più ferali della sfera emotiva. Un nuovo sole si staglia contro l’orizzonte normativo della musica: l’heavy metal.

In un’epoca di transizione così decisiva, Rising consolida il sodalizio tra il cantore onirico Ronnie James Dio e l’architetto del suono Ritchie Blackmore, consegnando al panorama proto–prog metal una delle cronache più evocative e visionarie del genere.

L’album si apre con Tarot Woman, primo capitolo dell’odissea. Il brano attacca con un assolo di synth errabondo: l’ascoltatore si ritrova alla mercé di un mondo desolato, alla ricerca di un sentiero da imboccare. Quando l’itinerario melodico sembra arrivare a un punto di svolta, il piglio evocativo cala, trasmettendo inquietudine.

E, come suggerisce la copertina dell’album, una bruma avvolge i sensi in un nimbo di desolazione.

Ma ecco che qualcosa cambia: una chitarra subentra, il volume è crescente, il suono della tastiera esacerbato. Le percussioni sbarcano in quel mondo ovattato, consacrando l’inizio del brano.

La voce possente e regale di Ronnie James Dio fa il suo ingresso e profetizza di una figura femminile oracolare; il suo sorriso è scintillante e maliardo. Non vi è un’esposizione a un piano narrativo lineare, bensì un’evocazione forte. Un rito iniziatico a terre falotiche e tempi sospesi tra storia e mito. Un approccio più attento ci mostra inoltre come la nostra Tarot Woman non sia una figura

Ronnie James Dio

riempitiva, ma una guida attraverso le ambientazioni e la simbologia del disco. Segue la seconda traccia, Run with the Wolf, continuazione della cronaca cabalistica dei Rainbow. Un riff asciutto e deciso dà inizio al brano, seguito dal canto di Dio: i vecchi mormorano di un cambiamento, un vento nuovo inizia a soffiare. Se senti la sirena, seguila.

Run with the Wolf rappresenta una netta cesura rispetto all’ambientazione vaticinante del primo capitolo. È audace, istintivo, narra i prodromi di un cambiamento feroce. Il lupo è l’archetipo del risveglio dei sensi, che irrompe nella gelida neve delle costrizioni morali.

È il capitolo che rappresenta una metamorfosi concettuale e sonora e ha una funzione importantissima: arare il terreno per la colonna portante dell’album. Stargazer.

Prima, però, il percorso indica sulla mappa musicale altre due tappe: Starstruck e Do You Close Your Eyes.

Starstruck si configura come una pausa dalla metafisica epica dell’album. È più diretta, urbana, classicamente hard rock. Il riff presenta contaminazioni prog rock, che lo avvicinano alle dinamiche dei King Crimson o degli UFO.

Il brano illustra il binomio logorante tra attrazione romantica morbosa e dinamiche relazionali distruttive. Interessante soffermarsi su «questa nota fuori dal pentagramma», quale è Starstruck, che conferma la versatilità compositiva e speculativa dei Rainbow.

Procediamo alla quarta traccia dell’album: Do You Close Your Eyes, precursione stilistica di Down to Earth, che uscirà tre anni dopo. L’ambientazione fantasy di Rising lascerà spazio a una sonorità più puramente hard rock e a un groove più americano, e Do You Close Your Eyes ci lascia pregustare i semi di questo cambiamento. Il tema è erotico, ma non ludico: è una speculazione sull’esperienza sessuale in termini psicologici, introspettivi.

«Do you close your eyes when you’re making love?» non è una domanda stuzzicante o provocatoria, ma un’indagine sul viatico del sesso: un abbandono al momento e ai sensi o, al contrario, una fuga dalla realtà?

Ma ecco che la pausa dalla cadenza pesante e marziale dell’ontologia mitica di Rising finisce.

Il portale su quel mondo chimerico, e a tratti zigano, si riapre. Ci troviamo dinanzi a uno dei riff più rappresentativi della discografia dei Rainbow e della musica proto–prog metal. Monolitico, potente: Ritchie Blackmore è il fabbro che forgia le catene trainanti della leggenda. Stargazer ci presenta il personaggio più emblematico dell’album: il mago, l’osservatore di stelle. Incarnazione della hybris, lo stargazer è una figura maestosa e predominante. Il suo sbarco all’interno del disco è l’apice della vicenda, spazzando via la letargia latente dei precedenti concept.

Lo stregone illustrato dai Rainbow è l’allegoria di un potere schiacciante; il protagonista del poema sinfonico costringe i suoi uomini a costruire una torre per congiungersi agli astri, li lascia morire nella fatica e nell’illusione:  «We built a tower of stone, with our flesh and bone, just to see him fly, but we don’t know why».  Il ritmo, martellante e battagliero, è lontano da un semplice accompagnamento: perfettamente complementare alla narrazione, costituisce le fondamenta della mitologia orchestrale, ponendosi come significante del brano.

L’anno 1976 è un periodo di sperimentazione intensa per la triade leggendaria Blackmore–Page–Iommi. La ricerca di mondi lontani e il fascino per l’orientalismo trovano espressione nella modalità di tipo frigio, attorno alla quale sono costruiti brani come Stargazer (Rainbow, 1976) o Kashmir (Led Zeppelin, 1975), che mostrano non a caso evoluzioni cromatiche simili. Più precisamente, condividono l’intervallo caratterizzante di seconda minore.

Primo piano di Ritchie Blackmore

Stargazer si conclude con il crollo della torre. L’egemonia tirannica dello stregone implode insieme a egli stesso: «He fell from the sky»; «Now we see his face».

Il risvolto della hybris conduce a una rivelazione crudele: non c’era nessun dio. Lo stargazer è solo un mortale.

La rivisitazione fantasy della leggenda di Babele si chiude con una melodia insistente, ossessiva, che si riavvolge attorno allo stesso centro tonale. Non si giunge mai a una vera conclusione: un fading pone fine alla narrazione apocalittica, senza giungere a uno snodo conclusivo.

Ultima traccia dell’album, A Light in the Black rappresenta una chiusura peculiare. È la bocca di Uroboro che si morde la coda: il riff è una cavalcata sostenuta, dal sapore quasi cinematografico. Risponde alla sospensione sensoriale evocata da Tarot Woman, configurandosi come un finale netto, in contrapposizione all’epos tragico di Stargazer, che lascia all’ascoltatore domande destinate a restare inevase.

Tuttavia, la ringkomposition di A Light in the Black non si limita a ripiegarsi su se stessa a mero scopo conclusivo. È un astrolabio che ci permette di individuare i pianeti compositivi sui quali, in futuro, approderanno i membri della band.

Il primo assolo di tastiera, infatti, sembrerebbe un avo di All the Fools Sailed Away, brano tratto dall’album Dream Evil (Dio, 1987). Il timbro e i fraseggi sono simili; è il medesimo l’uso delle scale modali o arpeggiate per creare tensione melodica e narrativa. Non si tratta di una replica, ma di una consapevole evoluzione stilistica.

Non solo: anche l’assolo di chitarra di Blackmore sembrerebbe un amento di quel che poi diverrà la cifra stilistica del musicista. Si noti la similitudine tra l’assolo di A Light in the Black e quello di Burn dei Deep Purple.

In definitiva, Rising rappresenta un’indiscutibile cartina di tornasole della magnificenza compositiva dei Rainbow. Un’acribia nella cura dei particolari rende Rising molto più di un album, bensì un’eclettica opera artistica che coniuga competenza musicale, genio creativo e abilità narrativa.

Un autentico poema epico musicato, il cui tempo non ne altera la dignità, ma ne accresce il valore.

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