“È meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente”. L’Addio di Kurt Cobain che non abbiamo mai compreso

Lettera d’addio di Kurt Cobain

Nuovo appuntamento con Il Bardo, la rubrica di Federica Grasso Sfacteria: dalla lettera d’addio del 1994, l’ultimo messaggio di Kurt Cobain rimasto incompreso.

E’ l’otto aprile del 1994. Seattle è uguale a tutti gli altri giorni: il chiasso per le strade, il passo concitato dei passanti, le nuvole infilzate dai grattacieli. Ma qualcosa è cambiato per sempre: lo percepisci.
Accendi la televisione, il CBS Evening News annuncia in diretta quello che diverrà il giallo più emblematico della storia del rock.
Kurt Cobain è morto.

In quel esatto momento apprendi che il grunge non è un semplice genere. È una creatura selvatica, così come suo padre Kurt: non si può dare il proprio cuore a una creatura selvatica. Più le si vuole bene e più diventa ribelle, finché un giorno se ne riscappa nella prateria e vola in cima a un albero, e poi su un albero più alto, e poi in cielo. (Colazione da Tiffany, 1961)

Stai assistendo a uno shock culturale che darà vita ai più disparati complotti, sospetti mai dissipati e un capitolo che non si chiuderà mai. Ma a te non interessa delle cause del decesso: Cobain ha lasciato una lettera e sai che essa contiene un addio destinato a rimanere incompreso, proprio come il suo autore. Ne ascolti le parole mentre assapori una Natural American Spirit. “Spirit”, pensi. È una parola onnipresente nella parabola leggendaria del frontman dei Nirvana, forse perché è il suo significato ad attraversare il fenomeno vitale dell’artista.

Uno spirito ribelle e autentico, immune alla fama e al mercato.
Meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente. Sul terminare della lettera, questa glossa ti infiamma il petto come un sorso di whisky. La frase mutuata da Neil Young condensa un ultimo atto di protesta, oppure l’apologia di un uomo fragile, cremato dal suo stesso fuoco creativo?

Allora chiudi gli occhi e ripercorri mentalmente la genesi del grunge. Non uno stilema sonoro, ma l’espressione di una frattura interna. La fragilità giovanile trova la sua voce attraverso una nuova corrente. Nirvana, Soundgarden, Alice in Chains, Pearl Jam sono i massimi esponenti di una schiera di antieroi: devoti al culto dell’alienazione – tra dipendenze e disagi emotivi – rifiutano ogni genere di approvazione.
Sbarrano le porte al mainstream, il successo è il male. Tu sei uno di loro. Sei disilluso, diffidente nei confronti di una società prepotente e divoratrice. Indossi camicie a quadri e Converse logore. Strimpelli la chitarra e i tuoi accordi sanno di decadenza.
A un certo punto spegni la televisione. E piangi.

Perché tu sei stato Kurt Cobain. Voi tutti siete stati Kurt Cobain: e adesso non ci siete più. Capisci che la diversità, la comprensione del male, è un cancro che ti divora da dentro, non ti lascia respiro. Kurt non era sofferente. Kurt non era più nulla. E ciò che gli provocava un immenso dolore era l’assenza di dolore. Voleva essere come Freddie Mercury, lui: nutrirsi dell’affetto della folla, vivere per il palcoscenico.

Ma non vi riusciva, non provava nulla. L’ombra della rabbia, del disprezzo che avevano fecondato Seattle con la conseguente nascita del grunge si affacciavano al suo camerino.
Kurt ha indirizzato il suo ultimo messaggio a Boda, il suo amico immaginario d’infanzia. Ciò che ci fosse di più lontano da una persona in carne ed ossa o da un luogo. Perché la gente come Kurt non ha una casa, non ha radici. Non ha un filo che la tiene ancorato a un punto fermo.

Le persone come voi due sono destinate a perdersi senza ritrovarsi. Continui a piangere.
Il notiziario ha enunciato che il decesso è avvenuto la notte del cinque aprile. Tre giorni prima del ritrovamento. Ma non è vero, sai che non è così.
Kurt è morto molto prima.
L’ha scritto nella sua lettera. Dio, perché nessuno l’ascolta?

Non posso sopportare l’idea che Frances diventi una miserabile, autodistruttiva, rocker morta come me.

Kurt Cobain sapeva benissimo che la sua fiamma si era già spenta da tempo.

Il successo, le dipendenze e l’instabilità mentale lo avevano già ucciso molto prima delle sue stesse mani.

Tu e gli altri figli del grunge vivete così: divorati dal desiderio ardente di evasione, assetati di giustizia, bisognosi di ascoltare quella voce interiore bollata come tabù nella trappola che è la società. La chiave della vostra esistenza è la stessa della vostra caduta.

E il grunge, già lo intuisci, conterà più morti che superstiti.

Ripensi alla lettera. Vi amo, vi amo, strilla una grafia infantile a piè di pagina. “Lo so, Kurt, lo so”, pensi, “amavi con lo stesso impeto con cui provavi rabbia, la stessa rabbia con cui distruggevi gli strumenti sul palco.

E amavi. Amavi perché la felicità altrui poteva colmare l’assenza della tua, il cui seme era soffocato da una consapevolezza ingombrante.

Quella di non essere libero. E di non poterlo essere mai”.

Posi il filtro della Natural American Spirit nel posacenere. Ti ha lasciato l’amaro in bocca.

È l’otto aprile del 1994. Seattle è uguale a tutti gli altri giorni: il chiasso per le strade, il passo concitato dei passanti, le nuvole infilzate dai grattacieli. Ma qualcosa è cambiato per sempre: ne sei certo.

 

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