
Messina ha riabbracciato un pezzo del suo mare. La riapertura della passeggiata nell’area dell’ex Fiera, oggi restituita alla città come nuovo parco urbano, è senza dubbio una buona notizia. Ma sarebbe un errore raccontarla come un semplice regalo delle istituzioni, quasi fosse un atto naturale o inevitabile. Questo risultato è il frutto di una lunga battaglia civile, politica e culturale contro l’idea che uno degli affacci più preziosi della città potesse restare chiuso, bloccato, sottratto alla collettività.
Pierpaolo Zampieri, in un intervento sui social, con la sua immagine del “lucchetto” tra la città e il mare, ha colto con efficacia il punto: per decenni quell’area è stata trattata come uno spazio da proteggere dal passaggio dei cittadini, non da restituire alla loro vita quotidiana. E quando il Teatro Pinelli, il 15 dicembre 2012, indicò la luna, in molti si ostinarono a guardare il dito, liquidando quella stagione di mobilitazione come un gesto eccessivo, disturbante, perfino fastidioso. Eppure è proprio lì che si è aperto il varco. È lì che è cominciato un processo che ha rimesso al centro il tema dei beni comuni, della partecipazione e del diritto alla città.
Non va dimenticato che, all’epoca, si parlava di un edificio di quattro piani da realizzare al posto del vecchio Teatro della Fiera. E non va dimenticato nemmeno che furono cittadini, movimenti, associazioni e forze politiche a opporsi con determinazione a quella prospettiva, costringendo tutti a misurarsi con un’idea diversa di sviluppo urbano. A quel punto il dibattito non era più soltanto su cosa costruire, ma su chi dovesse decidere il destino di quel luogo e con quale visione. La risposta, fortunatamente, è arrivata da una città che ha saputo alzare la voce.
L’inaugurazione di ieri, allora, va letta per quello che davvero è: non la fine di una storia, ma l’esito parziale di una vertenza lunga anni. È giusto godersi il nuovo tratto di lungomare, passeggiare in uno spazio finalmente aperto, respirare il mare da un punto che per troppo tempo era rimasto negato. Ma sarebbe ingenuo fermarsi all’entusiasmo dell’inaugurazione. Perché la vera questione resta tutta aperta: restituire ai messinesi l’intero fronte a mare, ricucire una frattura urbana e simbolica che ha segnato la città per troppo tempo, superare una volta per tutte la logica delle chiusure, delle deroghe e delle concessioni ai poteri che hanno frammentato il rapporto tra Messina e la sua costa.
Dentro questa prospettiva si colloca anche il nodo degli approdi di Tremestieri, che non è un dettaglio tecnico ma una questione decisiva di città. Liberare Messina dal traffico pesante dei Tir significa migliorare la qualità della vita, ridurre il peso quotidiano dell’inquinamento e della pericolosità stradale, e soprattutto mettere la città nelle condizioni di immaginare davvero il proprio waterfront come spazio pubblico, continuo, vivo. Ogni ritardo su Tremestieri pesa come un macigno, perché ogni ritardo prolunga una condizione che Messina sopporta da decenni con costi enormi, anche umani.
Per questo la giornata di ieri merita sì soddisfazione, ma anche vigilanza. I beni comuni non si celebrano con un taglio del nastro e poi si archiviano. Si difendono, si governano, si rendono accessibili, vivi, curati. E soprattutto si proteggono da quella vecchia tentazione tutta messinese di considerare normale ciò che normale non è: la sottrazione degli spazi pubblici, l’attesa infinita, la promessa che slitta, la città che arretra davanti agli interessi organizzati.
La lezione dell’ex Fiera è un’altra. Quando una comunità si mobilita, può cambiare il destino dei propri luoghi. E quando riesce a farlo, non chiede riconoscenza: pretende coerenza. Perché il mare non è una concessione. È un diritto della città.







