
di Leonardo Lauriana – Da 362 mila euro a decine di milioni: il furto al Museo Regionale arriva proprio mentre le opere del maestro messinese raggiungono quotazioni mai viste. Una coincidenza che pone domande sul movente del colpo e, soprattutto, sul rapporto tra Messina e il suo patrimonio.
C’è un numero che, più di molti commenti, aiuta a comprendere ciò che è accaduto la sera di Ferragosto al Museo Regionale di Messina: 362 mila euro.
È, all’incirca, quanto la Regione Siciliana pagò nel 2003 per acquistare a Londra, da Christie’s, la piccola tavola bifronte attribuita ad Antonello da Messina: Madonna col Bambino benedicente e un francescano in adorazione da un lato, Cristo in Pietà dall’altro.
Era una piccola tavola proveniente da una collezione privata berlinese, appena riemersa all’attenzione degli studiosi. Christie’s la mise all’asta il 9 luglio 2003 e il Museo Regionale di Messina riuscì a riportarla in Sicilia.
Ventitré anni dopo quel prezzo sembra appartenere a un altro mondo.
Nel febbraio scorso lo Stato italiano ha acquistato da Sotheby’s un altro piccolo dipinto bifronte di Antonello: un Ecce Homo sul recto e un San Girolamo penitente sul verso. Prezzo: 14,9 milioni di dollari. Non una stima teorica, ma il prezzo effettivamente pagato dal Ministero della Cultura.
Non si possono naturalmente mettere sullo stesso piano due opere diverse. Il mercato dell’arte non funziona come quello dell’oro e non esiste una quotazione “al centimetro quadrato” di Antonello. Conservazione, storia, attribuzione, qualità pittorica, provenienza e rarità determinano valori profondamente differenti.
Ma il confronto resta impressionante.
Nel 2003 una tavoletta di Antonello poteva essere conquistata dalla Regione con alcune centinaia di migliaia di euro. Nel 2026 un’altra piccola tavola bifronte dello stesso maestro ha richiesto quasi 15 milioni di dollari.
È una distanza enorme, che racconta quanto sia cambiata in poco più di vent’anni la percezione economica della rarità di Antonello.
Poi arriva la notte del 15 agosto.
Mentre Messina è concentrata sulla Vara, un gruppo di uomini entra nel Museo Regionale. Secondo la ricostruzione investigativa, l’operazione dura appena pochi minuti. Vengono smontate tutte e cinque le tavole superstiti del Polittico di San Gregorio; due saranno abbandonate durante la fuga. E viene portata via proprio quella piccola tavola bifronte acquistata nel 2003, estratta dalla sua teca protettiva.
Il bottino rimasto nelle mani dei ladri comprende quindi tre pannelli del Polittico e la tavoletta.
Lo storico e critico d’arte Alberto Fiz ha indicato per le opere trafugate un valore complessivo nell’ordine dei 70-80 milioni di euro. È una stima inevitabilmente teorica, perché opere come queste non hanno un vero mercato ordinario: sono troppo note, troppo riconoscibili e, nel caso del Polittico, appartengono in maniera inscindibile alla storia e al patrimonio pubblico messinese.
Ed è proprio qui che il furto diventa ancora più inquietante.
Un furto per chi?
Rubare un quadro famoso per rivenderlo è già difficile. Rubare un Antonello da Messina conservato in un museo pubblico significa impossessarsi di qualcosa che non potrà mai presentarsi tranquillamente in una casa d’aste, in una galleria o nella collezione pubblicamente dichiarata di un miliardario.
Figuriamoci tre parti del Polittico di San Gregorio.
Sono opere conosciute dagli storici dell’arte, fotografate, catalogate, immediatamente identificabili.
Per questo l’interrogativo sul possibile furto su commissione non appartiene al terreno della fantasia.
È una delle piste sulle quali stanno lavorando gli investigatori. La difficoltà di piazzare opere di questa notorietà rende infatti plausibile l’esistenza di un destinatario già individuato in precedenza.
Vittorio Sgarbi sostiene al contrario che proprio l’impossibilità di venderle renderebbe il colpo privo di senso.
Sono due letture opposte dello stesso elemento.
Un’opera invendibile rende assurdo il furto oppure, al contrario, rende plausibile che non sia stata rubata per essere messa in vendita, ma perché qualcuno l’aveva già richiesta?
Al momento nessuno può rispondere.
E sarebbe scorretto trasformare un’ipotesi investigativa in una certezza.
Ma la domanda è legittima, soprattutto considerando la precisione del colpo. I ladri non hanno portato via genericamente ciò che trovavano. Sono andati nelle sale di Antonello, hanno smontato il Polittico e hanno estratto dalla sua protezione proprio quella minuscola tavola.
E tutto questo accade nello stesso anno in cui un Antonello è tornato sul mercato internazionale raggiungendo la cifra di 14,9 milioni di dollari.
La coincidenza non è una prova.
Ma è una coincidenza che merita di essere raccontata.
Messina scopre quanto vale Antonello quando Antonello non c’è più.
Forse, però, il tema più amaro non riguarda i ladri.
Riguarda noi.
Per decenni siamo passati accanto a opere che appartenevano alla normalità del nostro paesaggio culturale. Il Polittico di San Gregorio era “quello del Museo”. La piccola Madonna era diventata quasi familiarmente l’“Antonellino”.
Capolavori assoluti trasformati, dalla consuetudine, in presenze quasi scontate.
Poi arriva il mercato internazionale e ci comunica brutalmente una misura economica.
Quindici milioni di dollari per una tavola di pochi centimetri.
Settanta, forse ottanta milioni per ciò che è stato portato via dal MuMe, secondo una stima formulata dopo il furto.
E improvvisamente scopriamo che quello che consideravamo semplicemente “il nostro Antonello” era anche un tesoro di valore economico gigantesco.
Naturalmente sarebbe un errore enorme misurare il patrimonio culturale soltanto in denaro.
Per Messina quelle tavole valevano molto prima che Sotheby’s battesse qualsiasi record.
Il Polittico di San Gregorio fu realizzato nel 1473 per la chiesa del monastero di Santa Maria extra moenia. Ha attraversato secoli, terremoti, restauri, mutilazioni. È sopravvissuto al terremoto del 1908. Non vale perché qualcuno potrebbe pagarlo 50 o 100 milioni: vale perché appartiene alla storia di questa città.
Ed è proprio questo il paradosso.
Solo quando scopriamo quanto pagherebbe il mondo per Antonello sembriamo renderci pienamente conto di ciò che Antonello rappresenta per Messina.
L’altro Antonello che Messina non ha avuto
C’è poi una vicenda recente che rende inevitabile una riflessione politica.
L’Ecce Homo acquistato dallo Stato per 14,9 milioni di dollari non è stato destinato a Messina.
Dal giugno scorso è al Museo Nazionale d’Abruzzo dell’Aquila e il Ministero della Cultura ha indicato il MuNDA come sua residenza stabile.
È perfettamente legittimo: l’opera appartiene allo Stato e il Ministero può inserirla nel museo che ritiene più opportuno.
Ma è altrettanto legittimo che Messina si interroghi.
Antonello porta nel nome la città.
Qui nacque, qui lavorò, qui si conserva una parte essenziale della sua storia.
E mentre lo Stato investiva quasi quindici milioni di dollari per riportare in Italia un suo capolavoro, quell’opera trovava casa definitiva a centinaia di chilometri dalla città del pittore.
Non è necessario rivendicare che ogni Antonello debba stare a Messina. Sarebbe culturalmente miope.
Ma è possibile chiedersi se Messina sia stata capace, negli anni, di proporsi davvero come la città di Antonello nello stesso modo in cui altre città hanno costruito una parte della propria identità culturale intorno ai loro grandi artisti.
Il tesoro che avevamo sotto gli occhi
Il colpo di Ferragosto ci consegna quindi due storie.
La prima appartiene alla cronaca giudiziaria. Chi sono gli uomini entrati nel museo? Avevano un basista? Perché hanno scelto quelle opere? Dove sono finite? Esiste un committente?
Sarà l’inchiesta a dirlo.
La seconda storia riguarda invece Messina e può essere raccontata già oggi.
Nel 2003 la Regione investì circa 362 mila euro per riportare a casa una piccola tavola che il mercato internazionale aveva appena riconosciuto come Antonello.
Ventitré anni dopo, un’altra piccola tavola dello stesso maestro è costata allo Stato italiano 14,9 milioni di dollari.
Il 15 agosto qualcuno è entrato nel Museo Regionale ed è andato a prendersi proprio gli Antonello.
Non sappiamo ancora se chi li ha rubati conoscesse soltanto il loro valore artistico o conoscesse molto bene anche quello economico.
Sappiamo però una cosa.
Messina aveva un tesoro davanti agli occhi.
Lo aveva da sempre nel caso del Polittico di San Gregorio. Lo aveva conquistato con lungimiranza nel 2003 nel caso della piccola tavola bifronte.
Il mercato internazionale, in questi anni, ci ha spiegato quanto quel tesoro potrebbe valere in denaro.
Ci sono voluti dei ladri, nella notte di Ferragosto, per ricordarci quanto vale per noi.








