EDUARDO SAVARESE PRESENTA “LE INUTILI VERGOGNE”. SESSUALITA’, SPIRITUALITA’ E REDENZIONE A CONFRONTO NEL SECONDO ROMANZO DELLO SCRITTORE NAPOLETANO

Torna in Sicilia, (per la seconda volta) Eduardo Savarese,  scrittore partenopeo diviso tra la magistratura ed una grande passione, la scrittura appunto. In una Catania calda che si prepara ad accogliere l’estate, alla libreria Cavallotto si parla, insieme al mediatore Luigi La Rosa, del suo ultimo romanzo intitolato “Le inutili vergogne” (Edizioni E/O), seconda fatica dopo il successo di “Non passare per il sangue”. A detta dell’autore un balzo in avanti, frutto di una maturazione artistica nella forma e nei contenuti, un progresso linguistico con cui intrecciare una trama fatta di storie simbolicamente forti, tutte destinate a rivelare il tema centrale del racconto: la redenzione che passa attraverso la spiritualità della carne e l’accettazione del vero sè, sfilando delicatamente dentro la religione. Dal sangue alla carne, sebbene sacralità e omosessualità siano due costanti destinate ad attraversarlo in tutta la sua essenza, sarebbe riduttivo pensare a questo romanzo come unicamente incentrato nel rapporto tra omosessualità e fede: semmai, obiettivo di Savarese è indagare il legame tra carnalità e spiritualità, due aspetti che la dottrina cattolica ha insegnato per secoli essere poco affini, imponendo l’idea di un corpo come porta del peccato in netto contrasto con l’ integrità incorruttibile dell’anima, da preservare in virtù della trascendenza. Ecco allora la lode leggermente provocatoria contro ogni tipo di ipocrisia, imposizione, stereotipo sociale; la liberazione dalle inutili vergogne nel vivere le proprie attitudini come unica via per vincere la nostalgia di una vita piena e sincera e tornare verso Dio.

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Lo scrittore Savarese durante la presentazione

Rivoluzionaria in questo senso l’interpretazione della purezza, non più in contrasto con l’esercizio della sessualità, simbolo estremo, forse emblema di una spiritualità che di diritto vive anche il nostro corpo; così come rivoluzionaria (e di straordinaria semplicità) è l’idea di una seconda fecondità che vive in una relazione omosessuale, come ci spiega lo stesso Eduardo Savarese in questa lunga ed interessante intervista gentilmente concessaci tra le vie della città etnea:

Come nasce l’idea di questo romanzo?

Come nasce l’idea? Dal protagonista, Benedetto. Volevo scrivere di un uomo di cinquant’anni (quindi non della mia età), proiettando quello che potrei diventare vivendo male, un falso equilibrio che nasconde un profondo squilibrio. Questa è l’idea originaria, in fondo l’idea della colpa e del perdono, radice di questo libro.

Il rapporto tra omosessualità e fede non è centrale ma c’è. Ricordo quando durante un servizio in cui chiedevo alla gente cosa ne pensasse di questo aspetto ricevetti una risposta curiosa nella quale si diceva che la dimensione omosessuale non può convivere con quella spirituale, per meglio dire quella cattolica. Insomma è come se entrando in chiesa bisognasse temporaneamente congelare la propria identità per questioni di incompatibilità. Come ti spieghi questo pensiero?

Penso che questo sia l’insegnamento della morale cattolica, che non condanna la condizione omosessuale bensì la pratica dell’omosessualità. Quindi essa, come la bisessualità, non è un male se non quando da desiderio si tramuta in atto. Credo che questa risposta che è stata data, seppur in maniera un po’ più grezza, voglia dire esattamente questo: cioè mettere da parte un pensiero piuttosto che un desiderio e sentirsi così figlio di Dio come tutti gli altri. Ma è chiaro che questo non è sufficiente, poiché mettere in atto significa soltanto essere se stessi.

La carnalità nella fede. Se non ho capito male, tu trovi molta spiritualità dentro la sessualità?

Si, la sessualità è una parte importante della vita del corpo, per cui credo che una sessualità vissuta in maniera piena e serena, con grande rispetto del proprio corpo, sia un modo per onorarlo. Per usare un espressione che c’è anche nelle sacre scritture, “il corpo è il tempio dello spirito” quindi in quanto tale è sacro. La sessualità vissuta con pienezza è un’esaltazione di questo aspetto.

Anche i santi quindi facevano sesso?

No, questo aspetto lo tratto anche nel mio libro. Donne e uomini ascetici di tutte le religioni praticano la rinuncia. Non credo che l’astinenza sia sciocca o antiquata, anzi è molto bella, però quando ci arrivi con la tua coscienza, quando arrivi in uno stadio in cui percepisci che non è più necessario amare attraverso il sesso e dunque vai oltre. Una consapevolezza interiore di tutto ciò è molto diversa da un’imposizione del dogma, una costrizione astratta.

Quindi è importante cogliere le occasioni e non rinunciavi a priori.

Si, altrimenti si vive una vita di rimpianti frutto di un terribile scrupolo. I problemi moralistici, anche all’interno di una coppia in rapporto al tradimento, sono inutili. Probabilmente questa è una forma di infedeltà, ma forse è un’imperfezione migliore di un apparente perfezione, una condizione ipocrita che ti porta, a lungo andare, ad esplodere.

Un po’ come diceva Oscar Wilde “l’unico modo di resistere alle tentazioni e cedervi”.

Beh un po’ si. Poi molti desideri del corpo sono proiezioni della mente che quando le pratichi si sgonfiano.

Quindi cedere a determinate tentazioni, all’interno di una dinamica di coppia, può far bene ad una relazione?

Tutto ciò che fa parte della nostra identità e che desideriamo dobbiamo cercare di metterlo in atto per vivere in armonia e non essere infelici. Chiaro è che non bisogna assecondare capricci momentanei, ma desideri meditati. Non bisogna gettarsi nella mischia.

Durante la presentazione hai affermato che la propria identità dev’essere pubblica. Quindi in un certo senso “condanni” chi vive la propria dimensione, sessuale e non, in maniera privata?

Non mi piace condannare nessuno, ognuno fa le sue scelte. Penso però che un’identità completa, non monca,  sia tale in relazione ad un riconoscimento pubblico.

Anche perché l’identità, sebbene sia strettamente personale, è valida in rapporto agli altri.

Si, da un punto di vista giuridico il diritto all’identità e alla libertà personale lo vivi in una comunità. Ognuno di noi ha una dimensione privata, ma l’identità è sempre condivisa e nasce in rapporto con gli altri.

Famiglia e omosessualità sono due concetti incompatibili?

C’è un concetto fondamentale che ho messo a nudo nel romanzo precedente: io penso che l’idea di famiglia esiga la fecondità nel significato più immediato, genetico, ovvero il passaggio del sangue e la nascita di una nuova vita da un uomo e da una donna; ma c’è un’altra idea di fecondità, ovvero quella dei rapporti: un rapporto è fecondo perché ne nasce del bene per la comunità, una coppia è feconda perché vive una relazione che fa del bene anche agli altri. In questo senso credo che  l’ultima dichiarazione del Papa (“questa cultura del benessere di dieci anni fa, che ci ha convinto che è meglio non avere i figli, così tu puoi andare a conoscere il mondo, in vacanza, puoi avere una villa in campagna. Così tu stai tranquillo… Forse è più comodo avere un cagnolino, due gatti e l’amore va ai due gatti e al cagnolino. È vero o no, questo?”) voglia dire che viviamo in un momento in cui c’è tanta paura di mettersi in gioco ed essere fecondi in entrambi i sensi, preferendo una dimensione in cui si preferisce accarezzare il cane o il gatto, un po’ una forma solitaria, intimistica e d egoistica. Invece bisogna un po’ buttare il sangue per gli altri: chiaramente il Papa richiama al Cristo ma non è solo quello, poiché è chiaro che la nostra vita acquista senso quando ci spendiamo anche per gli altri. Io e il mio compagno, quando ci adoperiamo nella comunità di disabili in cui facciamo volontariato, ci sentiamo fecondi rispetto a loro. La famiglia è questo, anche se trovare forme di fecondità diverse da quella della procreazione non è facile per il senso comune. Tra l’altro questa è un’opportunità che ha l’omosessuale anche se spesso non ne ha piena coscienza.

Un concetto innovativo che può rappresentare una risposta al pregiudizio dell’omofobo tipo, intento a credere che proprio nell’impossibilità della procreazione consista l’innaturalità di un rapporto tra due individui dello stesso sesso. Secondo te se Cristo fosse stato omosessuale o un gran donnaiolo , avremmo avuto una morale diversa, una religione diversa e una società differente?

La morale sessuale non è presente nella vita di Cristo, ma c’è una pagina bellissima nelle sacre scritture in cui Gesù si fa lavare i piedi da una prostituta, provocando il malcontento di chi considera non adatto ad un profeta un comportamento del genere;  eppure egli risponde dicendo che a quella donna che ha molto amato, molto sarà perdonato. Ora, questo tipo di frase disarma tutto il resto. Purtroppo la Chiesa, prendendo spunto dalla filosofia greca, ha in seguito demonizzato la carne attraverso il peccato e la tentazione, esaltando tutto quanto c’è dento l’anima. Questo è un concetto neoplatonico che viene spesso ripreso da San Paolo, ossessionato dalla passione e per questo impegnato ad arginare una sua caratteristica che lo contraddistingueva. Eppure nel vangelo questo non è un problema di Gesù che ha altre priorità.

In conclusione, un’interpretazione rivoluzionaria che porterebbe a rivalutare l’amore carnale e a rendere questo un sentimento universale.   

@RobertoFazio91

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