Cinema, a proposito de La Grazia di Sorrentino: Mariano De Santis è Giovanni Leone?

di Domenico Mazza – Ho assistito all’ultima fatica di Paolo Sorrentino, La Grazia, con una sensazione di compiutezza: non potevo aspettarmi nulla di più, né nulla di meno. Il regista napoletano sembra aver trovato la sua collocazione definitiva in quel territorio di confine tra la visione onirica di Fellini e il cinema d’impegno civile di Elio Petri. Eppure, superando l’estetica della messa in scena, ciò che colpisce in questo film è la densità dei personaggi.

Il protagonista, Mariano De Santis (interpretato da un magistrale Toni Servillo), è il Presidente della Repubblica: un democristiano di lungo corso che si trova a guidare un’Italia allo sbando. Nel pieno del suo semestre bianco e dopo aver gestito ben sei crisi di governo, De Santis si consuma in un dilemma morale: firmare o meno la legge sull’eutanasia. Incalzato dalla figlia Dorotea — giurista quarantenne che rappresenta forse il personaggio più riuscito del film — il Presidente rinvia costantemente la decisione, muovendosi, soprattutto nella parte finale, fuori da ogni rito istituzionale e macerandosi nel dubbio pirandelliano tra forma e sostanza.
Proprio questa esitazione sulla firma mi ha portato inevitabilmente a riflettere sulla figura di
Giovanni Leone. Come De Santis, Leone fu un napoletano illustre, un giurista immenso e un “maestro del diritto”. Ma se nel film De Santis approda infine a una firma che privilegia la forma giuridica, nella realtà storica Leone desiderava apporre un sigillo di vita. Il riferimento è al drammatico maggio del 1978, quando il Presidente tentò disperatamente di forzare la linea della fermezza per salvare Aldo Moro. Leone aveva già pronta sulla scrivania la firma per il decreto di grazia a favore della brigatista Paola Besuschio, malata e non macchiatasi di reati di sangue. Era quello il “segnale di buona volontà” che avrebbe potuto sbloccare la trattativa e strappare il leader democristiano alla prigionia.
In quei giorni terribili, Leone sapeva che la ragion di Stato non poteva e non doveva annichilire la vita umana. Da uomo dotto, intendeva lo Stato come uno strumento al servizio dell’uomo, non come un apparato fine a sé stesso. Tuttavia, mentre si accingeva a compiere quel gesto solitario e coraggioso, la Storia accelerò tragicamente: la politica rimase immobile e Moro venne assassinato.

I due presidenti, quello reale e quello cinematografico, sono accomunati da questa alta
considerazione della vita: una nobiltà d’animo — forse anacronistica, forse sbagliata, ma
innegabilmente alta — che Sorrentino mette in crisi attraverso il personaggio di Dorotea.
Dori De Santis è il vero elemento di rottura: il prototipo dei quarantenni nichilisti di oggi. Saccente, prepotente e imbevuta di un senso di superiorità verso la generazione precedente, incarna un potere che non cerca più la saggezza, ma solo la propria affermazione in quanto “identità diversa”. È lei il personaggio che più mi inquieta: un ritratto penetrante del Deep State emotivo e morale dell’Italia contemporanea. Mentre il padre cerca ancora la “Grazia” nel tormento del dubbio, lei rappresenta un mondo che ha già deciso, con glaciale sicurezza, di farne a meno.

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