Sicilia, Schifani sotto pressione: dopo il referendum ora il dossier arriva a Roma

La vittoria del No al referendum ha aperto una nuova fase per la politica siciliana e per il presidente della Regione Renato Schifani, finito sotto un pressing crescente dentro e fuori la sua maggioranza. Il governo Meloni osserva con attenzione l’isola, dove il risultato referendario è stato letto come un colpo politico al centrodestra e dove, adesso, il dossier Sicilia rischia di diventare una priorità nazionale.

In Assemblea e tra gli alleati il clima è sempre più teso. Da un lato le opposizioni hanno rilanciato la richiesta di un passo indietro del governatore; dall’altro anche nel centrodestra si moltiplicano le spinte per un chiarimento politico, con l’ipotesi di un rimpasto o di un azzeramento della giunta che torna a circolare con insistenza.

Il voto ha avuto un significato che va oltre il merito della consultazione. In Sicilia il No è stato interpretato come un messaggio diretto al centrodestra regionale e, in particolare, alla leadership di Schifani, considerata ormai in difficoltà dopo mesi di tensioni, rinvii e frizioni interne.

Questo scenario ha accelerato il ragionamento a Roma. Secondo indiscrezioni riportate da fonti politiche, nel perimetro nazionale di Fratelli d’Italia si starebbero valutando due strade: chiedere le dimissioni di Elvira Amata e Gaetano Galvagno, oppure procedere a un azzeramento complessivo della giunta. La Sicilia, insomma, non è più solo un fronte regionale: è diventata un dossier di governo.

Il caso più delicato resta quello di Elvira Amata, assessora regionale al Turismo ed esponente di Fratelli d’Italia. L’inchiesta della Procura di Palermo la vede indagata per corruzione nell’ambito di un filone che, secondo l’accusa, riguarda utilità ricevute in cambio dell’intervento istituzionale, con riferimento anche all’assunzione del nipote e al pagamento di spese di alloggio.

Ancora più pesante, sul piano politico, la posizione di Gaetano Galvagno, presidente dell’Ars e figura di primo piano del melonismo siciliano. Per lui la Procura di Palermo ha chiesto il processo con accuse che comprendono corruzione, falso, peculato e truffa, legate all’uso dei fondi regionali per eventi e all’auto blu. È proprio questa combinazione tra rilievo istituzionale e fragilità giudiziaria a renderlo uno dei nomi più esposti nella possibile prossima resa dei conti.

Fratelli d’Italia in Sicilia è il partito più esposto. Il caso Amata e quello Galvagno hanno reso più fragile l’equilibrio interno, mentre da Roma cresce la tentazione di un intervento netto per evitare che l’onda giudiziaria continui a logorare l’immagine del partito nell’isola.

Il punto, però, è che ogni mossa avrebbe ricadute immediate sulla stabilità dell’esecutivo regionale. Schifani cerca di tenere insieme gli alleati, ma il rinvio del rimpasto e la sovrapposizione tra crisi politica e crisi giudiziaria stanno rendendo sempre più difficile la gestione ordinaria della maggioranza. In questo quadro, Amata e Galvagno appaiono i primi candidati a saltare, non solo per il peso delle indagini ma perché rappresentano ormai un costo politico crescente per tutto il centrodestra.

La Sicilia è entrata così in una fase decisiva. Il referendum ha dato l’innesco, ma il vero problema per Schifani è la tenuta complessiva della coalizione, con Meloni che osserva da vicino e valuta come intervenire senza aprire una crisi incontrollabile.

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