Cuffaro e il patteggiamento: la politica siciliana davanti allo specchio

L'ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro all'uscita dal carcere di Rebibbia, Roma, 13 dicembre 2015. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Il patteggiamento chiesto da Totò Cuffaro per corruzione e traffico di influenze non è soltanto un passaggio giudiziario. È anche un fatto politico, perché riporta al centro una domanda che in Sicilia non smette mai di tornare: quanto è davvero cambiata la classe dirigente dell’isola dopo le grandi stagioni delle inchieste, delle condanne e delle promesse di rinascita?

Secondo quanto riportato oggi, l’ex presidente della Regione Siciliana ha chiesto di patteggiare una pena di tre anni nell’ambito dell’indagine della Procura di Palermo sulla sanità, con il parere favorevole dei pubblici ministeri e con l’ipotesi di lavori di pubblica utilità e risarcimento dei danni. È un passaggio che, sul piano strettamente processuale, non equivale a una sentenza definitiva, ma che sul piano simbolico pesa eccome.

Cuffaro non è un politico qualsiasi. La sua figura è legata a una lunga stagione della vita pubblica siciliana, segnata da consenso elettorale, capacità di radicamento territoriale, ma anche da una vicenda giudiziaria che ne aveva già compromesso il profilo istituzionale. Per questo la nuova vicenda non viene letta solo come il destino personale di un ex governatore, ma come un ulteriore capitolo nella storia di una politica che fatica a liberarsi delle sue zone d’ombra.

Il punto non è soltanto la responsabilità del singolo, che spetta ai giudici accertare. Il punto è che ogni nuovo episodio di corruzione o di presunto uso distorto del potere rafforza nell’opinione pubblica l’idea di un sistema chiuso, in cui le relazioni contano più delle regole e la sanità, gli appalti e le nomine diventano terreno di influenza invece che di servizio.

In una regione come la Sicilia, dove il rapporto tra cittadini e istituzioni è spesso fragile, queste vicende producono un effetto corrosivo: allontanano i cittadini dalla partecipazione e alimentano il cinismo. Quando l’etica pubblica appare intermittente, il danno non riguarda solo il partito o il politico coinvolto, ma l’intero sistema democratico locale.

Ed è qui che la riflessione politica si fa più severa. Per anni la politica siciliana ha alternato appelli alla legalità e pratiche di potere poco trasparenti, costruendo una distanza crescente tra retorica e realtà. Ogni volta che un nome pesante torna al centro di un’inchiesta, quella distanza si allarga di nuovo, e con essa cresce la sensazione che la lezione del passato non sia bastata.

Sarebbe riduttivo leggere il caso soltanto come una vicenda individuale. Il problema più grande riguarda il modo in cui si costruisce consenso in Sicilia: reti di fedeltà, intermediazione, controllo delle leve amministrative, peso delle nomine. Se questo modello non viene spezzato, i cambi di volto servono a poco.

La vera questione, dunque, non è solo cosa accadrà in tribunale, ma quale risposta politica arriverà da chi governa oggi. Servono selezione rigorosa della classe dirigente, trasparenza nelle nomine, controllo sugli appalti e una sanità sottratta alle logiche di corrente. Senza questo, ogni scandalo sarà destinato a ripetersi con nomi diversi e la stessa sostanza.

Il caso Cuffaro ricorda che la corruzione non è mai solo un reato: è una forma di governo degenerata. E in Sicilia, più che altrove, la lotta alla corruzione dovrebbe essere considerata una questione di qualità democratica, non un capitolo accessorio dell’agenda politica.

La domanda finale, quindi, non riguarda soltanto il destino giudiziario dell’ex governatore. Riguarda la capacità della politica siciliana di smettere di tollerare se stessa quando sbaglia, e di ricostruire credibilità a partire da regole, meritocrazia e responsabilità pubblica.

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