I saluti al Lido sono stati più di una cerimonia: quella spiaggia era la casa di Sergio, Sergio Pinnazza, e chi c’era lo sapeva. Lì, tra la sabbia consumata e il pavimento di legno che portava ancora l’orma dei suoi passi, si è radunata una piccola folla che non è veuta solo a piangere, ma a ricordare come si costruisce un rapporto vero con la gente.
Pinnazza non era un personaggio di prima pagina, era l’uomo che in quello scorcio di Stretto ha costruito anno dopo anno quel legame non fatto di grandi discorsi, ma di gesti ripetuti, di battute da ricordare, di attenzioni invisibili che, sommate, diventano casa. E soprattutto è stato uno dei primi a scommettere sullo sviluppo dei lidi, tanto da essere un riferimento per una intera comunità.
La commozione davanti alla sua bara esposta nel lido che è stato teatro di un rito civico di addio, non chiedeva drammi: era la fatica di accettare che non avremmo più trovato Pinnazza al suo solito posto.
Tra i numerosissimi ricordi nelle bacheche social di generazioni di messinesi (lui in 27 anni di gestione del lido ne ha visti crescere) riportiamo quello del giornalista Rino Labate, che ne ha restituito un ritratto autentico e commovente:
“Sergio, in morte di un amico
Sergio parcheggio diventato Pinnazza
“Ma che minchia fai? piangi? alla tua età e con il cuore che ti ritrovi? Futtitinni.
Certo lo so che ti mancherò e vi mancherò. Non sentirete più la campana del mezzogiorno che annunciava l’apertura della vendita delle birre (non ai ragazzini, cacciati a maleparolazze), non mi sentirete più urlare annativinni pa’ casa. Io però sarò là o certamente nel cuore di alcuni di voi. E quindi amico mio futtitinni e tira avanti.”
E’ questo in sintesi il Sergiopensiero, il pensiero del mio e vostro Sergio stroncato dalla malattia. Io lo so, lo sento mentre mi parla, come ogni mattina faceva per quasi 90 giorni d’estate, dopo aver diviso con me un caffè (rigorosamente pagato da me).
Io lo so, non è facile somatizzare una morte così imprevista che ha avuto ragione di un lottatore, un grande lavoratore: dalle 9 del mattino a tarda sera. In piedi a urlare con i clienti, con la cara e insostituibile Giacoma (che ha sempre risposto a tono) e far così diventare la Pinnazza un posto iconico ”sotto il pilone”, nell’angolo più bello del mondo.
Sì, Sergio, che minchia faccio. Sento la tua mancanza e ho gli occhi lucidi. Credimi mi mancherai, ci mancherai. Io ti ricorderò sempre con affetto per il tempo che mi resta. So che anche tu mi ha voluto bene, mi hai rispettato e la mattina mi aspettavi per il primo caffè.
Che minchia faccio con gli occhi lucidi?
Sì, Sergio amico mio dei 90 giorni estivi mi manchi, mi manca Sergio parcheggio e poi Sergio Pinnazza. Mi mancheranno le sue urla, le maleparolazze e le sue braciole. 27 anni di vita
Minchia Sergio, mi hai fregato, anzi ci hai fregato, ma resterai sempre nel mio / nostro cuore.”
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