Nolan rilancia l’Odissea. Ma siamo sicuri che Messina abbia mai raccontato Cariddi?

E’ uscito nelle sale il nuovo attesissimo film di Christopher Nolan dedicato all’Odissea. Ancora prima del debutto, il dibattito è stato già acceso: sarà fedele a Omero? Avrà cambiato episodi? Si sarà preso troppe libertà?

Domande legittime.

Ma, da messinese, confesso che me ne interessa un’altra.

Immaginiamo un ragazzo americano, giapponese o australiano che esce dal cinema dopo aver visto il film. È rimasto affascinato da Ulisse, da Scilla e Cariddi, dai mostri, dal mare, dal viaggio. Torna a casa, prende il telefono e scrive su Google: “Scylla and Charybdis”.

Scopre subito che Scilla esiste davvero. Un borgo meraviglioso affacciato sullo Stretto, un castello, Chianalea, ristoranti, immagini da cartolina, percorsi turistici. Scopre persino che un semplice panino con il pesce spada è stato trasformato in un’esperienza gastronomica riconosciuta.

Poi cerca Cariddi.

Troverà Capo Peloro, Torre Faro, i laghi di Ganzirri, il Pilone e la riserva naturale. Luoghi splendidi.

Ma difficilmente avrà la sensazione di essere arrivato nel luogo che, nell’immaginario di milioni di persone, rappresenta l’altra metà del mito.

Ed è qui che nasce la vera riflessione.

Mentre discutiamo se Nolan sarà o meno fedele all’Odissea, dovremmo chiederci se noi siamo stati fedeli al nostro patrimonio culturale.

Per secoli la tradizione classica ha identificato lo Stretto di Messina con il passaggio tra Scilla e Cariddi. Certo, gli studiosi continuano a discutere sulla collocazione di molti episodi del viaggio di Ulisse, ma il legame tra questi due personaggi del mito e lo Stretto è uno dei più radicati nella cultura occidentale.

Sulla sponda calabrese il mito è diventato geografia. Esiste ancora oggi una città che si chiama Scilla.

Sulla sponda siciliana, invece, il nome Cariddi è scomparso dal linguaggio quotidiano. Diciamo Capo Peloro, Punta Faro, Torre Faro o, più semplicemente, “u Piluni”. Nomi bellissimi, ma che raccontano il luogo senza raccontarne il mito.

È quasi un paradosso.

Possediamo uno dei racconti più famosi della civiltà occidentale e, allo stesso tempo, sembriamo aver rinunciato a farne uno dei simboli della nostra identità.

Non è soltanto una questione culturale.

È anche una questione economica.

Oggi il turismo vive sempre di più di storie. Le persone viaggiano per vedere i luoghi di un film, di una serie televisiva, di un romanzo. Cercano esperienze prima ancora che monumenti.

Abbiamo il mare, le feluche, il pesce spada, le correnti dello Stretto e un patrimonio di leggende che tutto il mondo conosce.

Eppure continuiamo a raccontare ogni elemento separatamente, senza costruire una grande narrazione che unisca paesaggio, mito, gastronomia, tradizioni e cultura.

Persino il pesce spada racconta questa differenza.

A Scilla un panino è diventato un simbolo, un motivo di viaggio, un’esperienza da raccontare. Non è soltanto cucina: è marketing territoriale, è identità.

Noi abbiamo la stessa materia prima, la stessa storia marinara e forse un legame ancora più forte con il mito dello Stretto. Eppure non siamo riusciti a costruire un racconto altrettanto riconoscibile.

Il punto non è invidiare chi ci è riuscito.

Dovremmo imparare da chi ha capito che un territorio vale tanto quanto la storia che è capace di raccontare.

Il film di Nolan durerà tre ore.

Il mito di Ulisse dura da quasi tremila anni.

La domanda è semplice.

Quando milioni di spettatori usciranno dal cinema e cercheranno su Google Scilla e Cariddi, Messina sarà finalmente capace di raccontare al mondo perché questo è il mare del mito?

Oppure continueremo a lasciare che sia qualcun altro a raccontare una storia che, da secoli, l’immaginario collettivo colloca davanti alle nostre coste?

I miti non sopravvivono perché sono veri.

Sopravvivono perché qualcuno continua a raccontarli.

Forse è arrivato il momento che anche Messina ricominci a raccontare il proprio.

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