
Messina e la sua provincia sono nuovamente strette nella morsa degli incendi, con roghi diffusi tra la città e il territorio tirrenico e jonico, complice l’allerta rossa per caldo estremo e rischio incendi dichiarata dalla Protezione civile regionale. Nelle ultime giornate i vigili del fuoco hanno effettuato decine di interventi tra boschi, sterpaglie e aree periurbane, con fronti di fuoco multipli che hanno impegnato anche Canadair ed elicotteri per ore.
Nel capoluogo le fiamme hanno interessato in particolare le zone di Cataratti, Camaro, il comprensorio del Neurolesi in area Casazza, e ancora Larderia, con roghi che avanzano lungo i versanti collinari a ridosso dei quartieri popolati. In uno degli episodi più gravi un uomo di 74 anni è rimasto intossicato dal fumo mentre tentava di difendere la propria proprietà a Larderia ed è stato trasportato al Policlinico, mentre il fronte di fuoco continuava a divampare per ore.
In provincia preoccupano i roghi nei territori di Gaggi e dei Nebrodi, con un vasto incendio che ha interessato un’ampia area boschiva a Montalbano Elicona e diversi ettari di macchia mediterranea andati in fumo tra Pagliara, Milazzo e altri centri del versante tirrenico. Situazioni critiche sono state registrate anche a Merì, dove le fiamme sono partite dal torrente, e a Barcellona Pozzo di Gotto, nella zona collinare di Gala, dove il fuoco ha lambito le abitazioni.
Il Comando provinciale dei vigili del fuoco di Messina parla di una vera e propria “giornata di super lavoro”, con circa 35–40 interventi tra città e provincia in un arco di poche ore, in un contesto regionale che conta oltre mille operazioni in cinque giorni. Per contenere i fronti più estesi – in particolare sulle colline tra Castanea, Salice, Saponara e lungo l’asse Camaro–Casazza – è stato richiesto e ottenuto l’impiego di Canadair, supportati da elicotteri per ore.
Le squadre messinesi sono state impegnate su decine di fronti contemporaneamente e, in alcuni casi, sono state persino inviate rinforzi fuori provincia, ad esempio nel Nisseno, a dimostrazione di una pressione operativa che va oltre i confini del territorio peloritano. Per far fronte alla nuova ondata di roghi, i turni sono stati raddoppiati e il personale ha lavorato senza sosta, con sindacati e operatori che sottolineano rischi e carenze strutturali del sistema di contrasto agli incendi.
Il quadro si inserisce in una più ampia emergenza regionale: la Sicilia è interessata da una nuova ondata di caldo rovente, con temperature elevate e una prolungata siccità che rendono sterpaglie e boschi particolarmente vulnerabili alle fiamme. Il Dipartimento regionale della Protezione civile ha dichiarato l’allerta rossa sia per le ondate di calore sia per il rischio incendi, imponendo il massimo livello di attenzione per amministrazioni locali e cittadini.
Le autorità invitano a limitare gli spostamenti non necessari nelle ore più calde, a evitare qualsiasi comportamento che possa innescare focolai – dall’abbruciamento di residui vegetali ai mozziconi gettati a terra – e a segnalare immediatamente ogni colonna di fumo ai numeri di emergenza. In diversi comuni, soprattutto sul versante tirrenico, sono stati attivati centri operativi comunali e sistemi di protezione civile per monitorare la situazione e, se necessario, predisporre evacuazioni mirate.
Di fronte a una Sicilia “nella morsa degli incendi”, come l’hanno definita diverse testate locali, riesplodono le polemiche sulla prevenzione mancata e sull’organizzazione del sistema antincendio. I numeri – oltre mille interventi in cinque giorni a livello regionale, con Messina indicata tra i fronti più critici – alimentano le accuse verso la Regione per ritardi nei piani di pulizia delle aree verdi, la carenza di squadre forestali e la cronica precarietà del personale stagionale.
Sindaci, comitati civici e associazioni ambientaliste chiedono un cambio di passo: manutenzione sistematica dei boschi, sanzioni esemplari per chi appicca roghi dolosi, investimenti in tecnologie di monitoraggio e in piani di adattamento climatico che tengano conto della nuova “normalità” estiva. Sullo sfondo resta la denuncia di un territorio esposto, dove anno dopo anno si ripete lo stesso copione di devastazione, mentre la ricostruzione e il rimboschimento procedono a rilento, lasciando ferite ambientali e sociali profonde.
Messina e la sua provincia appaiono così come un laboratorio – o un monito – di ciò che significa vivere in un’area urbana e periurbana compressa tra colline infiammabili, infrastrutture fragili e una pianificazione che spesso non tiene conto della crescente esposizione ai disastri climatici. I roghi che risalgono i tornanti verso i villaggi collinari, le case lambite dalle fiamme a Barcellona o Larderia, i boschi di Montalbano Elicona trasformati in cenere raccontano una stessa, identica storia di vulnerabilità strutturale.
In questo scenario, la retorica dell’“emergenza” rischia di diventare un alibi permanente: ogni estate si invocano eroi in divisa e si ringraziano i piloti dei Canadair, ma si evita di interrogarsi fino in fondo sulle scelte politiche che, per omissione o inerzia, hanno reso normale l’anomalia delle colline che bruciano. È su questo crinale – tra cronaca e responsabilità – che si misura oggi la capacità delle istituzioni, e anche dell’informazione locale, di trasformare l’ennesima giornata di fuoco in occasione per una discussione pubblica radicale su come abitare, difendere e ripensare il territorio messinese.







