
«Non voglio vincere contro qualcuno. Vorrei che nessuno fosse più costretto a perdere da solo». È con queste parole che Cristiana Minasi, 46 anni, attrice, drammaturga, regista e pedagoga messinese, chiude la sua lettera aperta inviata agli organi di informazione, ai vertici dell’E.A.R. Teatro Vittorio Emanuele, agli assessori alla Cultura della Regione Siciliana e del Comune di Messina, al sindaco, alla Fondazione Messina Cultura e a tutte le istituzioni del sistema culturale cittadino.associazionescenario+1
Chi è Cristiana Minasi
Cristiana Minasi (Messina, 1980) è una delle figure più rappresentative della scena teatrale messinese e siciliana degli ultimi vent’anni. Laureata in Giurisprudenza con lode e specializzata in Criminologia e Psicologia Giuridica, ha sviluppato un percorso interdisciplinare che unisce teatro, diritto e scienze cognitive, con particolare attenzione ai contesti educativi e sociali.associazionescenario+2
Dal 2001 fa parte della compagnia Teatro dei Naviganti di Messina, dove ha collaborato anche come pedagoga. Nel 2011 ha fondato, insieme a Giuseppe Carullo, la Compagnia Carullo-Minasi, pluripremiata a livello nazionale con riconoscimenti come il Premio Scenario per Ustica (2011), il Premio Internazionale Teresa Pomodoro, il Premio ANCT (2017), il Premio Adolfo Celi (2018) e altri.sanremoliveandlove+3
La compagnia è nota per spettacoli come Due passi sono, De revolutionibus – Sulla miseria del genere umano (Premio Teatri del Sacro 2015) e Asja Lacis, monologo che ridà voce alla donna cancellata dalla memoria del Novecento. Minasi è anche cultrice della materia Teorie e tecniche della performance presso il DAMS dell’Università di Messina e coordina progetti di teatro diffuso e comunitario come Delivery Theatre, Tramonti Festival e Fondo Teatro.ojs.unito+5
Il cuore della lettera: «Dividi et impera»
Il titolo scelto da Minasi – DIVIDI ET IMPERA – riassume la tesi centrale della sua denuncia: la precarietà, quando diventa strutturale, non è solo una condizione economica, ma «una forma di potere» che condiziona la libertà delle persone di parlare, dissentire e difendere la propria dignità professionale.
«Quando le possibilità di lavoro sono poche e i criteri con cui vengono distribuite non sono chiari – scrive – inevitabilmente iniziamo a guardarci come concorrenti. Il collega diventa quello che ci sottrae un’opportunità, la compagnia quella che occupa il nostro spazio. E così smettiamo di guardare al sistema e cominciamo a guardarci gli uni contro gli altri».
Minasi cita Guy Standing per descrivere la condizione dei precari come «uno stato esistenziale» più che una categoria contrattuale, rendendo difficile riconoscersi come soggetto collettivo e avanzare rivendicazioni comuni.
Le richieste alle istituzioni
La lettera non è un atto d’accusa contro singole persone, ma una richiesta di confronto pubblico e trasparente sulla politica culturale della città. Minasi chiede di sapere:
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come vengono distribuite le opportunità
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quali criteri orientano la programmazione
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come vengono assegnati spazi, repliche, produzioni e occasioni formative
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perché alcune realtà sembrano avere accesso più stabile a risorse e possibilità, mentre altre devono continuamente insistere per essere ascoltate, a volte senza esito
«Dopo vent’anni di questa situazione – osserva – credo sia legittimo porre queste domande».
Il conflitto con la direzione del Teatro Vittorio Emanuele
Minasi rivela di aver avuto, lo scorso anno, «diversi conflitti che ho vissuto come grave violenza verbale e psicologica» con la direzione dell’E.A.R. Teatro Vittorio Emanuele, contestandoli per iscritto ai vertici del teatro. «Non rinnego quella scelta – afferma –. Credo che chi lavora in un’istituzione culturale debba poter dire di essere stato trattato in modo scorretto senza che, proprio per questo, le sue possibilità professionali vengano ulteriormente messe in discussione».
La domanda che pone è diretta: «Quali garanzie esistono quando un conflitto personale o professionale rischia di avere conseguenze sulla possibilità di lavorare? Chi verifica che le decisioni restino fondate su criteri professionali? Quali sono i contrappesi?».
Il teatro come bene immateriale
Uno dei passaggi più significativi della lettera riguarda la distinzione tra bene culturale materiale e immateriale. «Il teatro come edificio è un bene materiale; il teatro come patrimonio di saperi, pratiche, competenze, relazioni e memoria è una dimensione immateriale; gli artisti e i lavoratori del teatro sono i soggetti attraverso i quali quel patrimonio vive, si trasmette e si rinnova».
Il rischio, secondo Minasi, è che «la tutela dell’edificio sopravviva alla tutela della funzione che quell’edificio dovrebbe rendere possibile: un teatro può continuare a esistere come struttura e smettere, progressivamente, di esistere come organismo culturale».
L’appello ai colleghi
Minasi si rivolge anche ai colleghi del settore, riconoscendo le paure e le necessità economiche di chi tace: «So che molti hanno paura, responsabilità, famiglie, necessità economiche. Non giudico chi tace. Ma dobbiamo almeno chiederci quanto possa durare un sistema in cui ognuno è costretto a salvarsi da solo».sanremoliveandlove
«Non sono invidiosa – precisa –. Non voglio il lavoro degli altri e non voglio che qualcuno venga escluso. Vorrei che chi è dentro potesse chiedere che anche chi è fuori abbia possibilità; che chi riceve un’opportunità potesse interrogarsi sui criteri che ne hanno escluso altri; che la riuscita individuale non richiedesse la rimozione del problema collettivo».
«Ciò che Messina sceglierà di essere»
La lettera si chiude con un appello alla città: «Mi interessano i nostri figli e la possibilità che, tra dieci o vent’anni, trovino una città in cui la cultura sia un lavoro possibile, in cui la professionalità abbia valore indipendentemente dalle appartenenze e in cui dire “questa cosa non è giusta” non significhi rischiare di perdere il proprio posto nel mondo».
«Forse è arrivato il momento di smettere di guardarci come avversari e di riconoscerci per ciò che siamo: persone che, in modi diversi, vivono la stessa precarietà e che proprio per questo dovrebbero avere la forza di agire insieme».
E l’ultima frase, quasi un monito: «Credo che il problema, oggi, non sia soltanto ciò che Messina è stata. È ciò che Messina sceglierà di essere».








