
di Domenico Mazza – A vent’anni di distanza, tornano quasi tutti i protagonisti del primo, iconico capitolo. “Iconico” è un termine che qui usiamo con cognizione di causa, poiché difficilmente le sequenze di questo sequel entreranno nella storia del cinema o verranno riproposte in loop sui social per i prossimi due decenni.
Analizzando i personaggi, ci scontriamo subito con una Miranda Priestly stanca, che sembra subire gli eventi anziché governarli, inserita in un contesto drammatico di cui si fatica a comprendere la necessità. Miranda resta la solita nichilista misantropa, ma stavolta appare priva di spessore e carisma, quasi vittima di se stessa. Al contrario, l’Andy Sachs di una strepitosa Anne Hathaway è l’unico personaggio a emergere davvero, specialmente sotto il profilo umano. Andy è oggi una quarantenne mossa da valori solidi, determinata a non farsi travolgere dal cinismo e dal carrierismo sfrenato. Risulta però poco comprensibile il suo desiderio di amicizia verso Emily, un personaggio riproposto in modo non riuscito e animato da un desiderio di vendetta sciocco e sterile: Emily si conferma, purtroppo, come una delle villain meno efficaci della storia recente. Di Nigel apprezziamo l’umanità e l’empatia, doti che nel primo capitolo restavano quasi celate, sebbene anche lui sembri accusare il colpo di una sorta di “vecchiaia metaforica”.
Sul fronte della trama, l’unico momento realmente trascinante coincide con il tentativo di Andy di ottenere un’intervista dalla miliardaria Sasha Barnes (interpretata dalla leggendaria Lucy Liu), ma l’entusiasmo si esaurisce lì. Resta inoltre del tutto ingiustificata e poco comprensibile la presenza di Kenneth Branagh.
In definitiva, viene da chiedersi se questo film fosse davvero necessario. La risposta, guardando soprattutto agli ultimi dieci minuti, tende verso il no. Ci troviamo di fronte a un’operazione palesemente commerciale, figlia del redivivo interesse per il brand alimentato dai social network. Se Anne Hathaway offre una prova da Golden Globe, lo stesso non si può dire per Meryl Streep: per lei, purtroppo, si tratta di un’occasione persa.
Nota di merito: Un plauso va alla grande Maria Pia Di Meo, storica doppiatrice della Streep. Nonostante il passare degli anni, riesce ancora una volta a “santificare” con la sua voce l’attrice tre volte premio Oscar, confermandosi un’eccellenza assoluta del nostro doppiaggio.







