
In molti hanno letto il passaggio di Andrea Messina a Sud chiama Nord come l’ennesima fuga dalla Democrazia Cristiana di Totò Cuffaro, travolta dalla bufera giudiziaria. Ma la lettura più attenta suggerisce un’altra chiave: non è la fuga, è la mano di Cuffaro – e non si esclude l’attivismo telefonico di Ignazio La Russa, con la benedizione di Giorgia Meloni – a condurre l’operazione.
L’obiettivo è assicurarsi con maggiore probabilità la vittoria del centrodestra in Sicilia e in Italia. E in questa partita, Cateno De Luca – con la sua retorica della “liberazione” e dell’autonomismo – è solo il volto più visibile di una spartizione della torta che ha poco a che vedere con i bisogni reali dei siciliani.
L’adesione di Andrea Messina, ex assessore regionale alle Autonomie locali nella giunta Schifani, è stata ufficializzata giovedì 15 ottobre durante una conferenza stampa a Palazzo dei Normanni. Messina, eletto nel 2022 con la Dc, era stato estromesso dalla squadra di governo nel novembre 2025, dopo il caso Cuffaro – pur non essendo personalmente coinvolto.
Con lui è arrivato anche Mimmo Rotella, catanese, assessore alla fine degli anni Novanta, altra figura storica dello scudocrociato siciliano. Nei piani di De Luca, Andrea Messina sarà l’alfiere del gruppo Liberi e Forti all’Ars. Sud chiama Nord conta ora quattro deputati all’assemblea regionale, e De Luca punta a chiudere il cantiere del gruppo Liberi e Forti entro il 30 novembre. Ma la partita è ancora aperta: la Lega minaccia di portare la propria candidatura se la ricandidatura di Schifani dovesse essere messa in discussione, e all’interno di Fratelli d’Italia il malcontento cresce.
La lettura che molti fanno, e che merita di essere presa sul serio, è che non si tratti di una fuga spontanea dalla Dc, ma di un’operazione orchestrata dall’alto. Totò Cuffaro, pur non essendo più formalmente al centro della scena, continuerebbe a muovere i fili, piazzando i suoi uomini nel movimento di De Luca.
A fianco, l’attivismo telefonico di Ignazio La Russa, presidente della Camera e figura di riferimento di Fratelli d’Italia, con la benedizione della premier Giorgia Meloni, completerebbe il quadro di un’operazione di potere che mira a consolidare il centrodestra in vista delle elezioni del 2027.
De Luca: bluff o realtà?
Cateno De Luca lo ripete spesso: «La strategia è trasformare un elemento di debolezza in punto di forza». Ma la debolezza – quella di ciò che resta della Democrazia Cristiana dopo la “caduta” di Cuffaro – sta diventando il punto di forza di De Luca, che da mesi fa incetta di transfughi democristiani.
La domanda che molti si pongono è se il leader di Sud chiama Nord sia davvero il “candidato della liberazione” che dice di essere, o se non sia piuttosto un bluff: la retorica dell’autonomismo e della rottura con il centrodestra tradizionale è solo fumo negli occhi.
Tutto lecito, certo. Ma i siciliani e gli italiani non c’entrano nulla, tranne che essere usati come carne da macelleria politica, dove i diritti e i servizi sono l’ultimo pensiero.
Il malcontento in Fratelli d’Italia
L’accordo nazionale tra FdI e Sud chiama Nord, annunciato il 13 ottobre alla Camera, ha scatenato reazioni contrastanti all’interno del partito della Meloni, soprattutto a Messina.
Il senatore Nino Germanà, coordinatore della Lega in Sicilia, è stato netto: «È pura fantasia pensare che chi viene dall’opposizione possa fare il candidato presidente della coalizione che ha vinto. Trovo surreale che De Luca non perda occasione per attaccare Schifani, perché indirettamente significa screditare l’azione di governo di Fratelli d’Italia».
E ha aggiunto un avvertimento: «Se si dovesse mettere in discussione la ricandidatura del presidente Schifani, la Lega sarà pronta a portare al tavolo della coalizione la propria proposta».
Anche all’interno di Fratelli d’Italia messinese il patto genera scossoni. Il capogruppo comunale Libero Gioveni ha manifestato contrarietà a possibili accordi locali con Sud chiama Nord, mentre il circolo territoriale Messina Centro Storico, guidato da Salvatore Dino Melluso, ha accolto favorevolmente l’intesa nazionale.
La risposta di De Luca: «Non ho chiesto a nessuno»
Alle critiche, De Luca ha risposto con la sua consueta fermezza: «Non ho chiesto a nessuno del centrodestra siciliano di sostenermi come candidato alla presidenza della Regione. Sono già candidato e non ho bisogno di andare a pietire una candidatura. Le dichiarazioni di alcuni esponenti della Lega e di Forza Italia non ci riguardano. L’accordo nazionale prevede che in Sicilia abbiamo le mani libere. Non sarò il candidato di questo centrodestra siciliano».lasicilia+1
Palmira Mancuso: «Minestra ribollita»
Palmira Mancuso, commissaria di Più Europa Sicilia, ha sintetizzato la lettura critica dell’operazione: «Cuffaro piazza i suoi a De Luca, Meloni gli presta i deputati. Cambiano i nomi, la ricetta è sempre la stessa: minestra ribollita».
Una formula che coglie il nodo della questione: dietro la facciata della “nuova politica” e del “governo di liberazione” proclamato da De Luca, si muovono le stesse logiche di potere che hanno sempre caratterizzato la politica siciliana – spartizioni, accordi di palazzo, transfughi e alleanze opportunistiche.
Il consigliere comunale della Lega Oteri ha sintetizzato il malcontento di chi, nelle file del centrodestra, vede l’accordo con sospetto: «Gli accordi si fanno in alto, il prezzo lo paga chi sta in trincea».
Una frase che racchiude il paradosso di un’operazione che, sul piano nazionale, rafforza la coalizione di governo, ma sul piano locale – soprattutto a Messina – rischia di spaccare le file di Fratelli d’Italia e di creare frizioni con la Lega.








