«Gli anni al contrario»: la Messina di Nadia Terranova torna a casa, al Vittorio Emanuele

di Palmira Mancuso – Tornare a Messina. Ieri sera al Teatro Vittorio Emanuele con l’adattamento teatrale del romanzo Gli anni al contrario ha significato non solo per Nadia Terranova, ma anche per chi scrive, un ritrovarsi, letteralmente: la città natale dell’autrice è anche il luogo in cui la storia di Aurora e Giovanni prende forma, tra le strade, le ideologie e le fratture degli anni Settanta. La trasposizione teatrale sceglie con coraggio la via della condensazione: due attori, una voce musicale e una Messina che non è semplice fondale, ma personaggio pieno.

Il merito maggiore dell’adattamento e della regia di Antonino Lo Presti è di non ridurre il romanzo a una serie di episodi illustrati. Lo spettacolo attraversa la materia narrativa in senso trasversale, privilegiando atmosfere, memorie e tensioni: l’amore tra Aurora e Giovanni si intreccia con la Storia collettiva, con la militanza, le utopie, le paure e le disillusioni di una generazione.

La scelta di affidare il racconto ai soli Davide Colnaghi e Isabella Giacobbe è insieme un rischio e una soluzione. Il rischio è quello di appiattire la densità del romanzo; la soluzione, riuscita, sta nel trasformare la scarsità di corpi in concentrazione drammaturgica. I due interpreti non “recitano” soltanto Aurora e Giovanni: fanno da cassa di risonanza a un intero contesto sociale, facendo emergere voci, conflitti e silenzi di un’epoca.

Del resto lo stesso Lo Presti, presente in platea con l’autrice, ha dichiarato di essersi ritrovato, leggendo il romanzo, nella Messina della propria giovinezza: discussioni politiche, sogni di cambiamento, lotte sociali, ma anche droghe, violenza e, più tardi, l’ombra dell’Aids. Questa dimensione autobiografica non irrigidisce lo spettacolo in un racconto nostalgico; al contrario, gli dà una tensione autentica.

Il punto più felice della messinscena è proprio il doppio piano, intimo e civile: la vicenda privata di due giovani non resta aneddotica, ma diventa il termometro di un’Italia in trasformazione. La figlia dei protagonisti, Mara, nella lettura del regista, non è un semplice esito narrativo bensì il segno che l’esistenza continua nella memoria di chi ricorda.

Le musiche originali di Marcello Conti accompagnano il racconto senza invaderlo, sostenendo il passaggio tra piani temporali e stati d’animo.

Anche il luogo conta. Vederlo al Vittorio Emanuele, sotto la volta dipinta da Guttuso con la leggenda di Colapesce — richiamata nello stesso romanzo — restituisce alla messinscena una valenza quasi rituale: la storia di Terranova torna nello spazio teatrale in cui la scrittrice si è formata da spettatrice.

Gli anni al contrario non è una riduzione scolastica, né tantomeno una lettura celebrativa del romanzo. È un lavoro che convince, di selezione e di ascolto, che sacrifica la totalità della pagina per salvaguardarne il battito: il rapporto tra amore e ideologia, il costo delle scelte, la difficoltà di conservare un’utopia quando la Storia si fa più dura.

Il risultato è uno spettacolo misurato, intenso e profondamente messinese, capace di parlare anche a chi non ha vissuto quegli anni. Perché, in fondo, il vero tema non è soltanto la Messina degli anni Settanta: è il modo in cui le città, le famiglie e le ideologie lasciano tracce nelle vite successive.

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