Inchiesta Campus, la sentenza conferma: ‘Ndrangheta e Università estranei ai fatti. Montagnese un millantatore

di Michele Schinella – Fu denominata Campus ma con l’Università di Messina non aveva nulla a che vedere. E neppure con la ‘ndrangheta, come faceva pensare l’aggravante del metodo mafioso contestato dalla Procura di Messina e un comunicato stampa preludio di un’affollatissima conferenza della Dia di Messina.

Questo dato era già nelle carte dell’inchiesta coordinata dal sostituto Liliana Todaro, ma adesso c’è il sigillo di una sentenza di primo grado.

Montagnese
Domenico Montagnese

Il Tribunale di Messina ha condannato  a 10 anni e sei mesi di reclusione Domenico Montagnese, ritenuto l’emissario della ‘ndrangheta in riva allo Stretto, ma per traffico di influenze illecite attraverso il millantato credito e, soprattutto, per usura ed estorsione (in concorso con D’arrigo che si è beccato 3 anni e 8 mesi di reclusione) ai danni di un imprenditore che nulla aveva a che spartire con l’ateneo.

Il cinquantatreenne, noto per il suo modo stravagante di vestire, aveva incassato del denaro garantendo ad alcuni aspiranti medici il superamento del test di Medicina e ad altri candidati la promozione in altri concorsi banditi dalla pubblica amministrazione: candidati, però, sempre puntualmente bocciati. Non c’è mai neppure il tentativo di truccare le prove di un concorso.

Il collegio presieduto da Massimiliano Micali ha escluso l’aggravante mafiosa per Montagnese,  difeso dall’avv. Giuseppe Aloi.

I giudici hanno pure escluso, come riteneva l’accusa, che Montagnese si sia associato per commettere una lunga serie di reati con Dino Galati  Rando, ex consigliere provinciale di Messina e con Marcello Caratozzolo, docente di Economia dell’ateneo peloritano, i due imputati eccellenti dell’inchiesta, sfociata il 5 luglio del 2013 nei clamorosi arresti dei tre.

Dino Galati Rando, difeso dall’ avv. Decimo Lo Presti, titolare di una serie di scuole private, è stato condannato a un anno e 4 mesi di reclusione per scambio politico elettorale: è stato riconosciuto colpevole di aver promesso (con l’intermediazione di Montagnese) in occasione delle elezioni del 2012 il rilascio di un certificato di inidoneità al quinto anno di scuola superiore in cambio di 12 voti a Taglieri Alessandra, condannata a un anno.

Al docente Marcello Caratozzolo, difeso dall’avv. Bonni Candido,  è stata inflitta una pena di due anni e 8 mesi per traffico di influenze illecite in concorso con Montagnese, che millantava ma poi non manteneva le promesse.

Condannato a 5 anni per usura Massimo Pannaci, altro “approfittatore” della condizione di difficoltà dello stesso imprenditore preso di mira da Montagnese e D’arrigo.

Per arrivare alla conclusione che la ‘ndrangheta e l’Universita di Messina non c’entrassero nulla sono stati necessari due anni di dibattimento. Eppure, bastava leggere le carte dell’inchiesta per capire che il messaggio veicolato in conferenza stampa e fatto proprio da tutta la stampa nazionale, quello che voleva le mani della ‘ndrangheta sui concorsi universitari a Messina, era falso.

 

Ecco di seguito il corsivo a firma di Michele Schinella apparso su Centonove il 12 luglio del 2013, 7 giorni dopo gli arresti e qualche giorno prima che il Tribunale del Riesame assestasse un primo colpo all’impianto accusatorio, ordinando la libertà per Galati Rando e Caratozzolo.

 

CONFERENZE PUBBLICITARIE

“UNIVERSITAʼ di Messina, le mani della ndrangheta sugli esami e sui test di ammissione a Medicina”.Il comunicato e la conferenza stampa della Dia di Messina di venerdì 5 luglio sono rimbalzati su tutti i giornali nazionali. Se nʼè occupata a sette colonne persino la Gazzetta Prealpina. Si sono evocato omicidi irrisolti e indagini su rettori morti . Non ci poteva essere peggiore battesimo per il nuovo rettore Navarra. E non ci poteva essere peggior danno per lʼateneo di Messina alle prese con problemi finanziari enormi e con lʼeredità di un recente passato scandito da processi per concorsi truccati. Danno ingiusto perchè non fondato sui fatti ma solo sul fumo. NellʼUniversità di Messina ci sono decine di concorsi truccati, ci sono docenti che vengono minacciati, cʼè diffusa la prassi delle raccomandazioni: sono tutti fenomeni che questo giornale ha raccontato nei suoi 20 anni di vita. Ma la  tesi veicolata dalla Dia e fatta propria in maniera acritica dai media, che pure dovrebbero cercare la verità, non sempre coincidente con quella raccontata nelle conferenze stampa da inquirenti e magistrati in cerca di pubblicità. Le carte dicono che Montagnese è come Totò che cerca di vendere la Fontana di Trevi: non ha nessuno strumento per alterare i test di ammissione a Medicina e non cʼè nessuna organizzazione alle sue spalle: si muove solitario e millanta credito tentando di speculare sullʼingenuità ignorante di chi vuole un figlio medico e pensa che con i soldi si può tutto. Se Montagnese avesse gli strumenti e le coperture evocate, considerati gli interessi che si muovono dietro i test, non li userebbe per poche migliaia di euro. La ʻndrangheta è unʼorganizzazione seria ed efferata. Talmente seria che, considerato il suo modo appariscente e sbracato di muoversi, a Montagnese non affiderebbe nessun incarico. Dipinto come un boss potentissimo ha consentito a magistrati ed inquirenti di ottenere gli elogi, preludio di promozioni, dal ministro della Giustizia. Un’ operazione mirabile. Complimenti. (www.micheleschinella.it)

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