Attilio Manca: se fosse figlio di Pietro Grasso?

Lo hanno suicidato: una frase che sembra errata ma che, a ben guardare la storia, è concettualmente e semanticamente esatta.

Attilio Manca, il medico urologo trovato morto a Viterbo in una pozza di sangue nel febbraio del 2004, era troppo affamato di vita per desiderare la morte, troppo attento a pianificare il suo futuro per farla finita, troppo “uno” per riuscire a picchiarsi al punto di riempirsi di ecchimosi e deviarsi il setto nasale, troppo mancino per iniettarsi due dosi letali nel braccio sinistro; dotato di ben 10 dita nelle mani: troppe per non lasciare impronte sulle siringhe.

Alla storia dell’overdose autoindotta, i genitori e il fratello dell’urologo barcellonese non hanno mai creduto: un padre e una madre conoscono il proprio figlio ma soprattutto conoscono dinamiche che, per quanto qualcuno cerchi di cancellare da tabulati e documenti, nella memoria di una famiglia rimangono. “Mi hanno strappato mio figlio dal grembo”, così Angela Gentile commenta quel che è avvenuto al proprio ragazzo.

angela manca
Angela Gentile Manca

“Un giovane d’oro”, lo descrivono per le vie della sua città, quella stessa città che avrebbe dato riparo e ospitalità a Bernardo Provenzano durante la sua latitanza. “Un gran lavoratore, una persona per bene”, così lo ricordano i pochi colleghi dell’Ospedale di Viterbo che accettano ogni tanto di rilasciare qualche intervista a bassa voce e volto coperto. Tutti, dalla cittadina della Sicilia al capoluogo del Lazio, sembrano spaventati da una minaccia letale dalla quale vogliono stare alla larga. In pochissimi accettano di parlare e all’omertà meridionale di chi nulla sa, si aggiunge quella del personale sanitario del Belcolle che rifugge telecamere e microfoni. Tutti spaventati da Monica Mileti, la presunta pusher romana che avrebbe venduto la dose letale al medico? Suvvia, non scherziamo.

La colpa di Attilio sarebbe stata quella d’aver riconosciuto nel paziente con tumore alla prostata che gli chiesero di seguire, u Zu Binnu, il ragioniere, il corleonese che è succeduto a Totò Riina nella reggenza di Cosa Nostra, e per questo sarebbe stato ucciso. Ma da chi?

Angela e Gianluca Manca, Antonio Ingroioa
Angela Gentile, Antonio Ingroioa, Gianluca Manca

“Tutto odora molto di servizi”, sostiene Antonio Ingroia, legale, insieme all’avvocato Fabio Repici, della famiglia del medico siciliano. E lo sostiene anche il pentito Carmelo D’Amico, ex capo militare della mafia barcellonese, le cui affermazioni vanno inserite nel quadro dell’attività del Tribunale del riesame di Messina che sta valutando la posizione dell’avvocato Rosario Pio Cattafi -probabile trait d’union tra Provenzano e Manca- e i suoi eventuali rapporti con ambienti malavitosi dopo il 2000. Proprio in questo contesto, vengono fuori le affermazioni del collaboratore di giustizia che, nell’ottobre scorso, avrebbe dichiarato che il giovane Manca sarebbe stato ucciso da “u calabrisi”, un ufficiale dei Servizi “che era bravo a far apparire come suicidi quelli che erano a tutti gli effetti degli omicidi”. Non “così bravo” stavolta: del resto quale drogato in piena botta, dopo l’iniezione di eroina riesce mantenere la lucidità per ripulire tutto (nessuna traccia di preparazione della dose, anzi delle dosi) e rimettere addirittura il tappo alle siringhe usate? Ma forse non era necessario essere “così bravo” perché quel che andava insabbiato sarebbe comunque stato coperto o nascosto, o cancellato da una longa manus che sta dietro a tutta la scena, anzi la “messa in scena”, come la definisce Ingroia.

Bernardo Provenzano ©Marcello Clausi/Lapresse
Bernardo Provenzano ©Marcello Clausi/Lapresse

L’ex Pm che assiste la famiglia della vittima non si crea problemi a dire chiaramente che dietro ci sarebbe una protezione di Stato a Bernardo Provenzano in quanto garante di quella che è nota come “trattativa Stato Mafia”, una trattativa che qualcuno vuol insabbiare, per la quale si è deciso di dare interpretazioni vaghe alle norme, di stralciare intercettazioni che avrebbero riguardato l’allora Presidente della Repubblica quando Presidente della Repubblica non era ancora -lo stesso Giorgio Napolitano rimasto sordo all’appello accorato lanciato dalla famiglia Manca per conoscere la verità-; per cui un noto magistrato ( di quelli con le palle nello stemma) poi assurto a dignità di seconda carica dello Stato, fece spallucce perché lui a quel rapporto tra Binnu u tratturi e il medico non credeva affatto. E doveva esserne certo matematicamente visto che da superprocuratore antimafia non mosse un dito per illuminare eventuali punti oscuri che, evidentemente, per lui non c’erano:“Per quello che ho potuto constatare personalmente non si è verificata alcuna presenza di persone oltre i medici francesi a Marsiglia e riguardo un rapporto dei Carabinieri sulla presenza di Provenzano nel barcellonese poi questo è decisamente da escludere”, così commentava qualche anno fa un Pietro Grasso, non ancora Presidente del Senato.

Pietro Grasso
Pietro Grasso

“Se dovessero essere degli spunti utili certamente li percorreremo fino in fondo”, rassicurava. Ma quali elementi? E chi li cerca? Una domanda a brucia pelo: perché non si ascolta Provenzano in merito alla faccenda? “Mi pare ci sia andata…-ride sornione- l’onorevole Sonia Alfano”. Cosa ci fosse da ridere chi può dirlo. Ma poi “a che titolo dovremmo sentirlo?”, chiede a sua volta all’intervistatore. A che titolo? Forse come “persona informata dei fatti”. “Uno come Provenzano?” commenta lapidario, come a dire: ma sei fuori? No, non parlerebbe mai. E poi di che?

Riusciamo per un attimo a pensare a cosa deve aver provato quella madre, gentile di nome e di fatto, nell’ascoltare il numero uno della lotta alla mafia, il garante assoluto, parlare a quel modo?

Riusciamo a figurarci, nel nostro immaginario un Rocco Chinnici, un Paolo Borsellino, un Giovanni Falcone che danno una risposta simile pensando di poter interpellare il numero uno di Cosa Nostra? Praticamente l’Enciclopedia vivente di fatti e situazioni occorse nell’ultimo secolo del millennio scorso, utile anche a comprendere quel che avviene oggi e che equilibri stanno alla base di quanto forse avverrà domani, escluso a priori perché “cosa vuoi che dica”.

“Grasso non è quello che sembra”, sostiene da tempo Marco Travaglio. “E’ un uomo di mondo molto furbo che non ha mai pagato le conseguenze delle sue indagini e si è sempre tenuto a debita distanza dalle indagini su Mafia e Politica. Si è addirittura liberato, quand’era procuratore di Palermo, di tutti i magistrati che facevano indagini su mafia e politica”.

Marco Travaglio
Marco Travaglio

Oggi, a distanza di dodici anni, D’Amico parla del mandante dell’omicidio che dovremmo etichettare come presunto, di quella vittima che in realtà andrebbe chiamata morto di overdose o a cui dovremmo aggiungere i soliti epiteti politically correct seguendo i dettami della norma. Ma c’è una mamma, una donna apparentemente fragile con una forza interiore enorme, c’è un padre, Gino, dai modi discreti e lo sguardo ormai irreversibilmente velato da un dolore inspiegabile, c’è un fratello che scalpita e difende la sua verità, quella di Attilio, e io credo che vadano rispettati. Ci sono dei familiari che ritengono -elementi alla mano- siano andate diversamente le cose e, fino ad oggi, la loro tenacia è stata corroborata da fatti e circostanze a cui si aggrappano con unghie e denti per segnare la strada che porta alla verità: fatti e circostanze che negare sarebbe mentire davanti all’evidenza.

E io credo in loro, nelle controindagini, nelle inchieste giornalistiche, nei puzzle i cui pezzi a fatica vengono fuori, nel rumore assordante che fanno certe omissioni.

C’è una famiglia che soffre per una morte che ogni maledetto giorno di questi dodici anni è stata celebrata in pompa magna da chi l’ha determinata, approfittando della compiacenza di alcuni e del silenzio di troppi. Una famiglia a cui personalmente chiedo scusa per aver riproposto (come immagine dell’articolo) una foto che una mamma non dovrebbe mai vedere, di quelle che spezzano il cuore, distruggono l’anima ma, di fatto, smuovono le coscienze. E quella immagine di Attilio, tumefatto, offeso, martoriato, deve entrare persino negli occhi, nei cervelli e nei cuori dei più ignavi.

C’è un morto che chi scrive non ritiene sia carnefice di se stesso ma sventurata vittima di qualcosa che va oltre Cosa Nostra e abbraccia un contesto del quale sembra non si voglia mai sapere, di cui pare possiamo accettare inermi di restare all’oscuro, di cui vogliono farci credere, lo Stato sia nemico. Attilio è caduto per mano di un connubio, quello tra lo Stato e la Mafia, i due attori di quella trattativa di cui non si può dire e della quale ammettiamo di non conoscere. Abbiamo accettato di incensare chi fomenta una irragion di Stato e funge da ponte tra questa e quella faccia di una stessa medaglia, pulendoci la coscienza due, tre volte l’anno ricordando i principali magistrati caduti per mano mafiosa e qualche giornalista, talvolta missino, altre rosso, i cui figli hanno scelto entrambi la via “onorevole”. E in quei palazzi in cui siedono, accanto a loro, davanti a loro, c’è e ci sarà sempre qualcuno che ride sornione, come Grasso quando nomina la Alfano.

E se Attilio fosse suo figlio?

#seAttiliofossetuofratello?

 

@eleonoraurzi

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