Riorganizzazione poste: dal 7 settembre chiusi gli uffici di San Saba, Cumia, Pezzolo e Altolia. “Preliminari” in vista della quotazione in borsa di Poste spa

Brutte notizie per gli abitanti di diversi paesi sempre più isolati. La chiusura degli uffici postali, nonostante le proteste e i rinvii, diventa concreta. La conferma arriva da Palazzo Zanca che comunica come Poste Italiane, Area territoriale Sicilia, Filiale di Messina 1 Città, ha trasmesso al sindaco, Renato Accorinti, la comunicazione relativa alla chiusura di alcuni uffici.

A partire dal 7 settembre prossimo saranno chiusi gli sportelli di San Saba, via Lungomare; Cumia, via Comunale, Cumia Inferiore 10; Pezzolo, via Mendolare, 72; e Altolia, via Luogogrande snc.

Inoltre, sempre dal 7 settembre, sarà modificato l’orario di apertura al pubblico dell’ufficio postale di San Filippo Superiore, sito in piazza Chiesa, a San Filippo Superiore 15, che riceverà l’utenza nei giorni di martedì e giovedì dalle ore 8.20 alle 13.45, e il sabato dalle 8.20 alle 12.45.

Poste Italiane, che aveva annunciato un dietrofront, anche viste le preoccupazioni espresse dai sindacati che avevano investito del caso lo stesso Prefetto di Messina (la città siciliana  più colpita dai tagli), hanno solo preso tempo, proseguendo nell’operazione di “efficientamento”: ovvero con l’intento di riequilibrare economicamente l’azienda anche in vista di una vendita di capitale sociale attraverso il quale lo Stato italiano vuole monetizzare, mantenendo comunque il controllo.

Poste Italiane, secondo gli ultimi dati a disposizione,  è una società con 145 mila dipendenti e 24 miliardi di euro l’anno di fatturato. Di questi, soltanto un quinto arriva dall’attività postale vera e propria e tutto il resto deriva invece dall’attività finanziaria (tutte le attività che fa Banco Posta, ad esempio, e le attività assicurative). L’utile netto è pari a 1 miliardo, ma bisogna considerare che ogni anno la Cassa Depositi e Prestiti paga alle Poste 1,6 miliardi come “commissione” per poter gestire il risparmio raccolto da Poste Italiane (circa 45 miliardi l’anno).

La privatizzazione delle Poste doveva essere la prima e più grande operazione del genere per il governo Renzi e dopo essersi arenata, lasciando insoddisfatto il ministro Padoan, proprio per  le incertezze sui conti e sui tagli nei piccoli comuni, adesso  è entrata nel vivo e l’obiettivo è quello di tagliare il traguardo entro quest’anno.

Una nuova tappa è stata segnata lo scorso 3 luglio al dicastero di Via XX Settembre, nella riunione tra il ministro Pier Carlo Padoan e l’ad del gruppo Francesco Caio, con gli advisor e i global coordinator, con la conferma della quotazione in borsa di Poste entro l’anno, dopo aver constatato “l’avanzamento di tutte le operazioni preliminari nel pieno rispetto della tabella di marcia”.

Quella di Poste, riferisce Adnkronos, con la vendita del 40% del capitale, rappresenta il piatto forte del programma di privatizzazioni per l’anno in corso. E, come ha riferito l’azionista Tesoro, dai primi contatti con gli investitori è emerso che l’approdo sul mercato di Poste “beneficia di una forte associazione con la stagione di riforme, rinnovamento e modernizzazione del Paese nella quale è impegnato il Governo. L’operazione è percepita come un simbolo del cambiamento in atto nel Paese”. Un altro degli obiettivi indicati è quello di garantire, nel processo di privatizzazione, l’equilibrio tra gli interessi degli shareholder e degli stakeholder (ovvero gli azionisti e gli investitori): per questo, l’offerta di azioni riserverà quote rilevanti all’azionariato popolare e privilegi specifici per i dipendenti. (@pal.ma.)

 

 

 

 

 

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