Stay Hungry di Angelo Campolo: per sopravvivere al deserto della retorica

di Palmira Mancuso – La retorica su migranti e integrazione? Angelo Campolo la da “in pasto” ai benpensanti in uno spettacolo che tiene la platea sospesa nella dimensione di una razionalità creativa. Uno “storytelling” per gli affamati di verità che restano stupiti dinanzi alla semplicità dell’essere umano, dove ciascuno è cliente di un immaginario fornitore, dove ciascuno è chiamato a mettersi in gioco scegliendo anche durante lo spettacolo di essere spettatore o compartecipe alle storie degli altri, un pò come nella vita.

Il pretesto della compilazione dell’ennesimo bando a tema sociale è un colpo di genio nella drammaturgia di Angelo, impegnato come attore e come regista in un percorso di ricerca teatrale nei centri di accoglienza in riva allo stretto. E questo testo riecheggia alcuni dei retroscena che hanno portato Campolo a viaggiare con gli occhi degli altri in villaggi sconosciuti dell’Africa e della Sicilia, facendo il percorso inverso a cui siamo abituati: dall’individuo come rappresentazione di una categoria sociale o addirittura metafisica alla rappresentazione dell’individuo stesso. Nella sua unicità e quindi nella sua verità: l’unica possibile.

La conoscenza e l’ascolto sono la chiave di questo potente monologo autobiografico (in scena fino a domenica) che ruota attorno all’amore e alla fatica del teatro, che adesso deve sottostare alle regole della moralizzazione più che dello scandalo, del politically correct piuttosto che della denuncia sociale, o nel suo scopo educativo, all’apprezzamento “massimo” che per citare l’autore, è diventato: “bisogna farlo vedere nelle scuole”.

Angelo ci fa entrare nei suoi laboratori, ci fa attraversare il suo straordinario approccio creativo, le sue paure, il suo rapporto tra “maestro e allievi” che nel caso dei migranti ha scardinato ogni regola stabilita.

Un viaggio iniziato a Messina per quella “fame” di lavoro e di ricerca che è dei veri artisti. Un impegno che nel 2015 si svolgeva nel più importante teatro della città da cui è stato tagliato fuori, per poi passare attraverso la Caritas e concludersi quando la politica ha interrotto bruscamente quella “integrazione” che al compimento dei 18 anni non è più garantita ai migranti.

Nel 2019 in questo piccolo teatro caparbiamente mantenuto in vita dal Clan Off è avvenuto un miracolo: quei ragazzi erano ancora tutti li con Angelo. Li abbiamo ritrovati nell’incontro con Pasolini che ha dato vita allo spettacolo Vento da Sud-Est, li abbiamo ascoltati attraverso la storia di Ibrahim e del suo cuore rubato, li abbiamo visti mangiare in abbondanza attraverso la fantasia di una improvvisazione d’attore.

Questo spettacolo non è semplicemente ben fatto. E’ una riflessione ironica ma feroce sull’ipocrisia del nostro tempo, che colpisce sopratutto chi pensa di non essere complice di un sistema che lucra sugli esseri umani. Un “oro nero” che di bando in bando, ha nutrito egoismi travestiti da solidarietà a pagamento, svilendo anche le speranze di chi ha creduto che la salvezza fosse un palco ed un sipario aperto.

La vita, purtroppo, giù dal palco è ancora un deserto. Da attraversare. Senza retorica.

 

 

 

 

 

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