
di Carmen Currò – Quello che oggi costituisce la natura del dilagante astensionismo è certamente la sfiducia nella politica come si è manifestata negli ultimi anni. C’è in atto una distanza, che non è solo una misura spaziale, ma una condizione esistenziale di lontananza quasi incolmabile che pone una vera e propria cesura tra le vere domande delle persone, i problemi del quotidiano con le nuove sfide globali e la costruzione del potere o dei poteri.
Sta emergendo sempre di più una pletora di “classi dirigenti”, sempre più distante, asimmetrica, estranea persino dalle vere istanze dei cittadini e delle cittadine. A caduta anche nel nostro piccolo, non solo nel mondo.
Alcuni concetti cardine nella politica delle democrazie moderne, come partecipazione, fiducia nel cambiamento, sforzo di mettere in campo visioni del futuro, fa sì che oggi la politica sia senza “cittadini”, nel senso classico che ormai, almeno dall’ultimo dopo guerra, si dà a questo termine, ovvero non più sudditi. Non si tratta del tradizionale “qualunquismo” sempre esistito, ma di qualcosa di più profondo, trasversale, che attraversa tutte le aree di pensiero e, potremmo dire, anche le generazioni.
Tutti i fenomeni di questi tempi, che potremmo definire “populisti”, rappresentano il massimo della capacità di partecipazione e di coinvolgimento delle persone. I partiti in quanto tali, o il vecchio sistema partitico come ancora si presenta, appare del tutto inadeguato a smuovere, intaccare l’apatia e la distanza ormai consolidata in tutte le fasce della popolazione e dei giovani in specie.
Ed i partiti del così detto “progressismo” sono anch’essi ininfluenti per riavviare lo spirito partecipativo dei cittadini e delle cittadine, sembrano in via di estinzione. Insomma, sono in atto fratture sociali e comunicative, a mio avviso, difficilmente recuperabili allo stato delle cose. Purtroppo gli “attori” della politica, quelli che oggi se ne occupano, che spesso si proclamano leaders, con al seguito qualche condominio, senza avere mai fatto battaglie, lotte, essersi spesi sui territori e con la “gente” in carne ed ossa, con le persone partecipanti, non sono in grado di rappresentare, intercettare i motivi del disinteresse e del distacco dei più.
La questione aperta, a mio avviso, è che è venuto meno il processo democratico che Bobbio diceva fosse necessario per trasformare in maniera incruenta la società dell’ultimo dopo guerra a noi vicino. Questa società è sempre più piena di nuove contraddizioni, senza certezze ideologiche, sempre più esposta in solitudine alle incognite delle nostre nuove frontiere. E la politica si occupa di sistemare i tasselli dei nuovi poteri. La cronaca ci consegna una schiera di neo attori e attrici, una volta dicevamo terze file, porta borse, e similari, spesso senza alcuna preparazione politica e culturale, sempre di più alla ricerca di potere tout court, che ormai determinano le regole della democrazia, svuotata della grande risorsa della partecipazione dei cittadini in senso pieno.
Il coinvolgimento dell’individuo nel sistema politico a vari livelli di attività dovrebbe nascere dai bisogni e dai desideri dello stesso, ma oggi è assente in grande misura nelle competizioni democratiche. Insomma, la politica perde presa sulla realtà e i cittadini e le cittadine precipitano nella impotenza, nel sentimento di ininfluenza e nel conseguente risentimento per le sconfitte accumulate negli anni.
La solitudine del cittadino e delle cittadine, potremmo dire, è ciò che segna, qualifica il rapporto tra democrazia e potere, svuotato della partecipazione, asimmetrico alle istanze intime e concreto delle popolazioni. Quel che mi preoccupa, m’indigna, mi avvilisce e’ che questa politica sta distruggendo la speranza del futuro nelle giovani generazioni e chi non si accoda alla esaltazione dell’esistente fa ingresso di diritto negli “invisibili”.







