Debacle centro-sinistra: Pd in consiglio, non funziona la bicicletta M5S-Controcorrente, AVS e “centristi” fuori dai giochi

Il centrosinistra messinese esce dalle amministrative del 2026 con una sconfitta che va oltre il dato numerico. L’11,50% raccolto da Antonella Russo non rappresenta soltanto una battuta d’arresto: è il punto più basso di un’area politica che appare smarrita, frammentata e incapace di leggere la città.

Ma c’è un dettaglio politico che colpisce più del risultato stesso: nel dibattito post voto è praticamente sparita la questione che per settimane aveva dominato il confronto interno al Partito Democratico, ovvero la mancata candidatura di Alessandro Russo. Eppure è stata proprio quella scelta il vero spartiacque politico di questa campagna elettorale.

Per mesi il centrosinistra si è consumato nella discussione interna tra chi riteneva Alessandro Russo il candidato naturale e chi invece ha sostenuto la candidatura di Antonella Russo, fortemente voluta dal segretario regionale Anthony Barbagallo. Una scelta maturata con un equilibrio fragilissimo che forse il gruppo dirigente del Pd ha considerato superato troppo in fretta, mentre evidentemente una parte dell’elettorato non lo ha mai metabolizzato.

Ed è qui che emerge il vero dato politico. Perché il Pd, al netto del lavoro unitario fatto durante la campagna elettorale, non è riuscito a spiegare fino in fondo alla propria base il senso di quella decisione. Non si tratta di attribuire responsabilità personali alla candidata, ma di prendere atto che la candidatura è nata dentro una divisione mai realmente ricomposta all’esterno. E il risultato finale sembra confermarlo.

L’8,50% del Pd segna infatti un arretramento pesantissimo rispetto a quanto ottenuto nel 2022 con Franco De Domenico che aveva espresso anche una lista. Allora il centrosinistra, pur sconfitto, appariva almeno competitivo con un risultato attestato al 22,9%. Oggi invece dà la sensazione di essere entrato in partita già indebolito, senza la capacità di parlare anche a quell’elettorato che avrebbe potuto rappresentare il valore aggiunto contro il sistema Basile-De Luca.

Il dato forse più clamoroso resta però quello del Movimento 5 Stelle. Nelle ultime due tornate elettorali ha avuto un crollo verticale che ha estromesso i grillini dal Consiglio comunale nonostante la presenza a Messina di due parlamentari di peso come Antonino De Luca e Barbara Floridia. Un risultato che certifica la perdita di radicamento territoriale di un’area che fino a pochi anni fa sembrava centrale negli equilibri cittadini.

Nemmeno l’alleanza con Controcorrente, il progetto politico di Ismaele La Vardera, è riuscita a invertire la tendenza. E non è secondario il fatto che Cateno De Luca, per tutta la campagna elettorale, abbia continuato a definire La Vardera “figlioccio”, quasi a voler rimarcare pubblicamente una subordinazione politica mai davvero superata.

Anche AVS esce praticamente cancellata dal quadro politico cittadino. Eppure il tema identitario del “no Ponte” avrebbe dovuto rappresentare un terreno favorevole in una città storicamente attraversata dal dibattito sullo Stretto. Invece la battaglia simbolica non si è trasformata in consenso politico. Anzi, la sensazione è che la lunga trattativa sulla candidatura sindaco abbia finito per svuotare anche quell’area, consegnando tutto nelle mani del Pd senza però rafforzarlo davvero.

E poi c’è il caso della senatrice Dafne Musolino, probabilmente uno degli episodi più emblematici delle contraddizioni di questo centrosinistra. Non tanto per le dichiarazioni successive, quando ha detto di non essersi sentita coinvolta dalla candidata Antonella Russo, quanto per l’immagine politica rimasta impressa negli ultimi giorni di campagna elettorale: la sua presenza nella piazza della chiusura del centrodestra, attorno al palco di Marcello Scurria. Un’immagine che inevitabilmente ha alimentato interrogativi e ambiguità proprio mentre il centrosinistra avrebbe avuto bisogno di compattezza e chiarezza.

Il punto è che a Messina il “campo largo” sembra esistere più nei comunicati che nella realtà politica. Le amministrative del 2026 raccontano un centrosinistra che non è riuscito né a trovare una leadership condivisa né a costruire una proposta alternativa credibile rispetto al modello politico di Basile e De Luca.

E forse il dato più preoccupante è proprio questo: la sensazione che il centrosinistra messinese abbia smesso da tempo di parlare alla città per continuare invece a parlare soprattutto a se stesso.

Adesso servirà un’analisi severa, autentica e senza alibi. Perché il problema non è soltanto aver perso. Il problema è che oggi, guardando i numeri e soprattutto il clima politico della città, il centrosinistra appare lontano perfino dall’idea di poter essere competitivo.

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