
di Mariateresa Zagone – Il caso della Fontana Ferma di Piero Pizzi Cannella racconta molto più di una polemica cittadina: racconta il difficile rapporto di Messina con il linguaggio dell’arte contemporanea. Da oltre trent’anni mi occupo di critica d’arte e curatela e seguo da vicino le dinamiche del sistema dell’arte. Per questo la vicenda della Fontana Ferma di Piero Pizzi Cannella mi sembra emblematica di un cortocircuito culturale che, periodicamente, riaffiora nella nostra città.
È opportuno premettere la considerazione che l’opera appartiene a una stagione dell’arte contemporanea che oggi può apparire, almeno in parte, conclusa. Il suo impianto concettuale e simbolico risente inevitabilmente del clima artistico degli anni Ottanta e Novanta. Ma proprio per questo il punto non è stabilire se sia un capolavoro assoluto o un’opera ormai storicizzata. Il punto è un altro: comprendere il linguaggio con cui è stata concepita.
Piero Pizzi Cannella non è un artista qualsiasi. È uno dei protagonisti della cosiddetta Nuova Scuola Romana e uno degli autori che hanno attraversato le contiguità con la stagione della Transavanguardia, il movimento teorizzato da Achille Bonito Oliva alla fine degli anni Settanta. Si può nutrire ogni riserva nei confronti della figura di Bonito Oliva — personalmente ne ho più di una, essendo io crispoltiana — ma sarebbe intellettualmente disonesto negarne il ruolo centrale nel dibattito critico internazionale degli ultimi cinquant’anni. La Transavanguardia contribuì a riportare al centro della ricerca artistica la pittura, il simbolo, la memoria e il mito, in un momento in cui sembravano definitivamente archiviati. Che la si condivida oppure no, ha segnato una stagione fondamentale dell’arte italiana (quella che esce dai confini, intendo).È dentro quella riflessione che nasce anche la poetica di Pizzi Cannella, popolata da mappe, armature, costellazioni, vasi, alfabeti, oggetti sospesi tra memoria archeologica e immaginazione contemporanea. Le quattro anfore della Fontana Ferma non sono semplicemente recipienti. Sono archetipi. Forme ridotte all’essenziale, politissime, prive di qualsiasi compiacimento decorativo.
Una sintesi quasi assoluta dell’ecumene greca, di quel mondo mediterraneo al quale Messina e Reggio appartengono fin dalla loro fondazione e che hanno condiviso per secoli nella lingua, nella cultura e nei commerci. L’acqua immobile, portata a filo del bronzo, non è un dettaglio tecnico ma il vero dispositivo poetico dell’opera.
Lo specchio liquido annulla il movimento della fontana tradizionale per trasformarla in uno spazio di riflessione, di silenzio, di memoria. Tra le due sponde dello Stretto si costruisce così un ponte ideale, non fisico ma culturale, che richiama una comune appartenenza mediterranea.
Eppure il dibattito cittadino si è rapidamente ridotto alla più sterile delle categorie: “mi piace” oppure “non mi piace”. È esattamente il modo sbagliato di affrontare l’arte pubblica contemporanea. Ancora più sorprendente è il paradosso che questo episodio mette in luce.Nella stessa città si sono accolte con entusiasmo opere celebrative come la Messina Turrita, lavori didascalici come Il Seme o interventi come i canuzzi di Ganzirri, difesi più da logiche identitarie e di appartenenza territoriale che da una reale analisi critica. Quando espone un artista locale il consenso diventa quasi automatico; quando invece arriva un autore il cui lavoro è riconosciuto ben oltre i confini cittadini, prevalgono diffidenza e sarcasmo. Questo atteggiamento rivela un limite culturale prima ancora che estetico.
Continuiamo a pretendere che l’arte pubblica abbia il compito di decorare o di rassicurare, come accadeva nella tradizione monumentale ottocentesca. Ma da oltre un secolo l’arte contemporanea ha smesso di svolgere quella funzione. Interroga lo spazio, mette in discussione lo sguardo, costruisce significati invece di illustrarli. Comprendere un’opera non significa necessariamente apprezzarla. Significa accettare la fatica dell’interpretazione.
L’arte contemporanea richiede quello che i latini chiamavano intelligere: leggere dentro, andare oltre la superficie, cercare il senso invece dell’immediata riconoscibilità. Forse è proprio qui che si misura la distanza tra una città che partecipa al dibattito culturale internazionale e una che resta prigioniera delle proprie iniziative e del proprio provincialismo. Finché continueremo a valutare le opere soltanto con il metro del “bello” e del “brutto”, preferendo la rassicurazione della figurazione alla complessità dei linguaggi contemporanei, rischieremo di rimanere ai margini non soltanto dell’arte, ma della cultura stessa. Ed è un destino che Messina, città che ha sempre vissuto di attraversamenti, contaminazioni e dialoghi con il Mediterraneo, non merita.







