De Luca, i “pionieri” e la solita politica dei recuperi: Sud Chiama Nord si allarga tra cuffariani e crocettiani

Cateno De Luca chiama “pionieri” i primi nuovi ingressi nel percorso di Sud Chiama Nord, ma dietro la retorica della fase costituente si intravede soprattutto la vecchia grammatica della politica siciliana: allargare, raccogliere, riciclare. L’operazione presentata a Palermo non sembra tanto l’avvio di una novità, quanto l’ennesimo tentativo di costruire un contenitore elettorale capace di assorbire tutto e il contrario di tutto. E’ il  “postideologismo” che nel vocabolario di Cateno De Luca equivale al più classico opportunismo.

Il movimento del sindaco di Taormina continua così a muoversi lungo una linea ormai nota: meno identità politica, più pragmatismo spinto; meno coerenza di campo, più disponibilità ad accogliere chiunque possa tornare utile nella partita delle candidature e dei consensi. Tra le new entry nel progetto di Sud chiama Nord, il mondo di centro è ampiamente rappresentato e il contenitore di De Luca mette dentro anche pezzi di forzisti e meloniani del passato. Traghetta a ScN Stefania Munafò, già consigliere comunale a Palermo: autonomista che aveva aderito a Forza Italia, dopo essere stata commissaria cittadina di Diventerà bellissima, il movimento civico dell’ex governatore siciliano Nello Musumeci. De Luca nei mesi scorsi aveva fatto circolare il suo nome come possibile candidata a sindaca di Palermo. Dentro anche la biologa Giusy Badalamenti, un passato con Crocetta ai tempi del Megafono con rivendicazioni forti sul ruolo dell’autonomia e poi un avvicinamento a Diventerà bellissima di Musumeci. E ancora Alessio Siino consigliere di circoscrizione e già vicino all’autonomista Totò Lentini.

Dentro questo schema dunque trovano spazio anche profili che arrivano dall’orbita cuffariana e da quella crocettiana, due stagioni che in Sicilia hanno lasciato dietro di sé percorsi politici molto diversi, ma accomunati oggi da una stessa funzione: essere serbatoi da cui pescare per alimentare nuove operazioni di ricollocamento.

È questo il punto più delicato dell’operazione De Luca. La presentazione dei “pionieri” viene raccontata come un segnale di forza e di radicamento, ma in realtà conferma l’idea di un progetto sempre più elastico, costruito più sulla convenienza che su una visione politica riconoscibile. L’obiettivo non sembra quello di selezionare una classe dirigente nuova, ma di assemblare un mosaico di provenienze diverse sotto un marchio che, al momento, sembra puntare più sull’effetto organizzativo che su una proposta davvero credibile di governo.

La formula è quella già vista: aprire le porte, allargare il perimetro, rivendicare il pragmatismo. Ma proprio questa disponibilità indiscriminata rischia di trasformarsi nel limite principale del progetto. Perché se ogni area politica può diventare utile, allora tutto si riduce a una raccolta di adesioni senza una reale direzione. E il rischio è che i “pionieri” non siano l’inizio di una stagione nuova, ma il segno di una politica che continua a vivere di spostamenti opportunistici e di vecchie appartenenze riciclate in chiave elettorale.

 

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