Sud Chiama Nord, “molto rumore per nulla”: ecco quanto costa ai messinesi un consenso nazionale dell’1,5%

di Fabrizio Bertè – Prende contributi. Prende donazioni. Ma non prende voti. Prende il 2 x mille. Prende il 5 x mille. Ha i soldi. Ma non ha i voti. E ha uno share nazionale che raggiunge appena l’1,5%. Di chi stiamo parlando? Di Cateno De Luca. Il leader di un piccolo partito politico meridionale: Sud Chiama Nord. Piccolo ma assai ricco. E pieno di soldi pubblici.

Secondo un sondaggio realizzato dall’Istituto Piepoli per la trasmissione Omnibus di La7 Sud Chiama Nord si assesterebbe all’1,5% di preferenze. Su tutto il territorio nazionale.
Ma chi garantisce l’1,5% di Sud Chiama Nord? Gli eletti storici e i nuovi eletti. La collettività che paga ma non riceve adeguati servizi. E soprattutto la sua Roccaforte: Messina. Una città che paga le ambizioni del leader di Sud Chiama Nord nonché deputato regionale e sindaco di Taormina Cateno De Luca.
Ma entriamo nel dettaglio. Partendo dai costi di diretta imputazione della Roccaforte di Sud Chiama Nord: Messina.
20 consiglieri comunali di Sud Chiama Nord su 32. Un numero straordinario. Ma è giusto e doveroso specificare che Messina rimane l’unica e sola Roccaforte di Sud Chiama Nord. Un risultato assai deludente sul piano nazionale e sul piano regionale ma notevole per una città siciliana che conta meno di 200.000 abitanti. Il diabolico ma geniale Cateno De Luca ha creato un caso unico in tutta Italia. Un fenomeno da studiare. Peccato però che secondo fonti assai attendibili persone autorevoli potrebbero presentare nuovi ricorsi sulle tempistiche delle dimissioni del sindaco uscente e rieletto Federico Basile ma soprattutto sulle 15 liste presentate da Cateno De Luca per sostenere il suo delfino politico.
Liste presentate senza la storica raccolta delle firme. Con modifiche dubbie a loghi e simboli.
Ma quanto costa il consiglio comunale di una piccola città come Messina? Una media di circa 3.500 euro mensili per 32 consiglieri comunali: circa 110.000 euro al mese. Un milione e 300 mila euro l’anno per tutti i consiglieri comunali messinesi.
E il costo di diretta imputazione dei 9 assessori? Intanto va detto che nessuna legge impone al sindaco di Messina di nominare ben 9 assessori. Ne basterebbero anche meno. Ma 5 o 6 assessori sarebbero forse pochi per soddisfare l’appetito di un piccolo partito politico come Sud Chiama Nord. Tra donazioni e contributi. Una media di circa 9.000 euro al mese per ogni assessore. Non giustificati per una piccola città con meno di 200.000 abitanti e in costante calo demografico come Messina. Per un totale di circa 80.000 euro al mese per tutti gli assessori. Un milione di euro l’anno. Più il 33% di contributi. Una manna dal cielo per le loro pensioni che aumenteranno vertiginosamente di circa 1.000 euro al mese. Per tutta la vita. E anche oltre. Per le possibili reversibilità.
Ma andiamo al vero e proprio pezzo grosso: il sindaco. Circa 170.000 euro l’anno. Più il 33% di contributi. Più un 12° di fine mandato. Anche in caso di dimissioni. Quindi possiamo dire che il costo diretto del nostro sindaco ammonta a circa 240.000 euro l’anno. E la sua pensione? Con 2 mandati aumenterà di circa 3.000 euro al mese.
I costi di diretta imputazione della politica messinese sul bilancio del Comune di Messina ammontano dunque complessivamente a circa 3 milioni di euro. Per una piccola città di meno di 200.000 abitanti.
Ma non finisce qui. Perché ci sono anche i costi indiretti.
Ogni gruppo consiliare all’interno di Palazzo Zanca per esempio ha in uso un ufficio gratuito dedicato. Per ogni gruppo politico. Ogni ufficio ha telefoni, computer e stampanti e un addetto di segreteria che è un impiegato comunale. Energia elettrica. Internet. Pulizie. Abbonamenti a quotidiani, agenzie di stampa e riviste. Per un costo totale di circa 15.000 mensili per ogni stanza. Pagati dal cittadino ignaro. Quando il Comune di Messina volendo potrebbe anche affittare le stesse stanze di Palazzo Zanca anche a uffici, banche o agenzie di viaggi. O anche agli stessi gruppi politici. Qualora paganti.
E poi ci sono i costi indiretti degli assessori. Uffici. Più dipendenti. E sempre telefoni, computer e stampanti. Pulizie. Internet. Energia elettrica. Abbonamenti a quotidiani, agenzie di stampa e riviste. E ovviamente i tanto cari buoni pasto. Per un totale di circa 30.000 euro al mese per ogni assessorato. Per un totale di ben 270.000 al mese per tutti e 9 gli assessorati. Dunque un totale di circa 3 milioni di euro l’anno.
E infine passiamo ai costi indiretti del sindaco Federico Basile. E dei servizi che i cittadini ignari gli offrono. Affinché lui li utilizzi. Dall’ufficio di gabinetto con il suo capo di gabinetto. Con stipendio e contributi. E poi dipendenti, energia elettrica, internet, telefoni, computer e stampanti. Pulizie. Abbonamenti a quotidiani, agenzie di stampa e riviste. Automobili con autisti. Straordinari. Benzina. E ovviamente i tanto cari buoni pasto. Per un totale di circa 500.000 euro l’anno.
Sommando si arriverebbe a un totale di circa 8 milioni di euro l’anno tra costi diretti e indiretti. Tanto ci costa la macchina amministrativa messinese. E smettetela di pensare che questo sia il costo della democrazia. È come far fessa la democrazia. E gli ignari cittadini.
E ancora non si capisce chi lavori davvero per il bene della città e della collettività.
Poi ci sono tutti gli altri dipendenti comunali. Oltre 4.000. Di cui oltre 3.000 assunti proprio dall’amministrazione De Luca-Basile.
Ma mancano ancora 2 pesi da 90: direttore generale e segretario generale. Altri 500.000 euro l’anno. E anche qui però non è ben chiaro chi lavori davvero visto e considerato che segretario generale e direttore generale sono dotati di collaboratori e stanze. Evitiamo stavolta di fare ulteriori somme e calcoli. Fateli voi per noi.
Senza timore di essere smentiti possiamo dire che i cittadini messinesi conferiscono circa 8 milioni di euro l’anno a sindaco, assessori, consiglieri comunali, direttore generale e segretario generale. E ai loro collaboratori. In una piccola città di meno di 200.000 abitanti. E in fortissimo calo demografico. Clamoroso. Una mostruosità.
Ma chi lavora realmente? E qui entra in gioco il diabolico ma geniale Cateno De Luca che a Messina ha creato un’altra pubblica amministrazione all’interno del recinto comunale: le società partecipate. Ben 6. Un vero e proprio serbatoio di voti e consensi. Ma forse anche di 2 x mille e 5 x mille. Di donazioni e contributi. Una campagna elettorale in cui Cateno De Luca non ha mai perso l’occasione di sollecitare i suoi elettori anche al versamento del 2 x mille al suo partito politico e del 5 x mille e al suo Centro Studi. Cateno De Luca ha così creato un invidiabile tesoretto da investire in un programma ben chiaro: Cateno De Luca Sindaco di Sicilia.
Alle spalle una serie di fallimenti accertati tra Monza-Brianza, la Calabria e l’Europa. Ma non solo. Ha fallito perfino a Milazzo e a Giardini Naxos. E pure ad Agrigento.
Ma perché lontano da Messina puntualmente Cateno De Luca crolla? Perché Messina è una città metropolitana. Nonostante abbia meno di 200.000 abitanti. Ma a Messina il personale politico viene strapagato. E da qui nasce la rincorsa dei cittadini. Pronti a tutto. Perfino per diventare consiglieri di quartiere. Guadagnando ben 1.200 euro al mese. Quanto un vero lavoratore. O addirittura di più di un lavoratore. Quanto guadagna a Messina un presidente di quartiere? Ben 2.400 euro al mese. Quanto un preside scolastico con un’anzianità di oltre 35 anni. Un consigliere comunale guadagna quanto un prefetto a fine carriera. Clamoroso. E il sindaco di Messina guadagna più del sindaco di Parigi. Più del sindaco di Londra. Quanto la premier Giorgia Meloni. In una città di meno di 200.000 abitanti. Da qui nasce il successo di Cateno De Luca. In una finta città metropolitana con meno di 200.000 abitanti ma con ben 7 circoscrizioni. Un numero clamoroso dato che Palermo di circoscrizioni ne ha 8 ma ha circa 600.000 abitanti.
Prima del 2018 lo stesso Cateno De Luca diceva che le società partecipate erano il Bancomat della Politica. Ma lui le ha fatte schiave della sua politica. E addirittura ha fatto di più del Bancomat. Ha creato un nuovo tipo di mutui sub-prime. In riva allo Stretto. Come prendere finanziamenti senza fornire alcuna garanzia di efficienza, efficacia e economicità.
Dopo le dimissioni di Federico Basile però un effetto positivo c’è stato. Uno solo. Ma c’è stato. La riduzione dei consiglieri d’amministrazione delle società partecipate e la nomina di un amministratore unico. Ma i nuovi mutui sub-prime di Cateno De Luca avranno adesso nuove richieste. Ognuno vuole prendere soldi pubblici. E Federico Basile sarà costretto a riaprire il cassetto delle società partecipate e a riempirlo ancora una volta di presidenti, dirigenti e consiglieri d’amministrazione. Ma quanto ci costerà questa necessità politica? Circa 40.000 euro al mese per ogni necessità. Quasi 3 milioni di euro l’anno per tutte le società partecipate. Considerati anche staff eventuali. Una miriade di soldi pubblici. Una necessità politica. Appunto. Anche perché Cateno De Luca ha messo in campo un vero e proprio esercito di oltre 1.000 candidati per sostenere il sindaco uscente e rieletto Federico Basile.
Ma quanti saranno gli scontenti che aspirano a prendere soldi pubblici? In quanti ci riusciranno? In quanti no? Quanti saranno i nuovi nemici dell’amministrazione comunale?
E se consideriamo che i ricavi d’esercizio del Comune di Messina ammontano a circa 300 milioni di euro l’anno spalmati in meno di 200.000 abitanti destinati a ridursi ulteriormente e provenienti da addizionali comunali, addizionali regionali, Irpef, Imu, Tari e qualche altro balzello possiamo dire che il Comune di Messina è ormai sulla via del dissesto.
Cosa può fare il sindaco di Messina Federico Basile per farsi approvare dai consiglieri comunali il bilancio consolidato del 2025? Può solo utilizzare la solita e vecchia tecnica. Uscire le carte in extremis. Perché sa che nessun consigliere comunale si farà avanti. E che nessuno eserciterà il proprio dovere di mandato ispettivo. Come previsto dalle normative regionali Nessuno studierà il bilancio consolidato del 2025. E tutti lo approveranno. Con i consiglieri comunali d’opposizione che forse saranno presenti ma che al momento del voto incredibilmente risulteranno magari assenti.
Ma torniamo all’1,5% di share di Cateno De Luca. Uccidere una città caricandola di costi politici e spese di duplicazioni amministrative. Ne vale davvero la pena? Per arrivare a un misero 1,5% nazionale? Un fallimento colossale. Nonostante le chiacchiere di Cateno De Luca. Una città è stata uccisa per un misero 1,5%. Come direbbe il messinese d’adozione William Shakespeare: Molto rumore per nulla.

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